Dopo la decisione dei vescovi lombardi circa l’iter per la beatificazione di sei contemporanei, intervista allo storico Agostino Giovagnoli

di Pino NARDI

Agostino Giovagnoli

«I vescovi lombardi hanno approvato l’avvio dell’iter canonico per l’introduzione della causa di beatificazione di fratel Ettore Boschini, Carlo Acutis e fra Jean Thierry (promosse dalla Diocesi di Milano), don Primo Mazzolari e monsignor Giovanni Cazzani (dalla Diocesi di Cremona). Inoltre hanno deciso di associarsi all’istanza presentata dalla Diocesi di Vigevano al competente Dicastero vaticano, affinché la causa di beatificazione di Teresio Olivelli (iniziata nel 1987) proceda sull’accertamento del suo martirio, a proposito del quale la recente confezione della Positio ha evidenziato rilevanti prove, accertate anche dai periti storici della Congregazione delle Cause dei Santi». Così si legge in un recente comunicato della Conferenza episcopale lombarda.

Cristiani contemporanei che hanno vissuto la santità nel quotidiano: che segno sono per la Chiesa e per la società di oggi? Lo abbiamo domandato ad Agostino Giovagnoli, docente di Storia contemporanea all’Università cattolica. «Ogni volta che si pensa a un santo si pensa anche a un modello per i cristiani. Queste figure di cui si apre l’iter certamente hanno segnato in modo originale la vita quotidiana vivendo il Vangelo, cioè assumendolo come qualcosa che cambia la loro vita e quella di coloro che gli sono intorno, anche se questo naturalmente avviene in modi molto diversi. Prendiamo don Primo Mazzolari, Teresio Olivelli o fratel Ettore: sono figure che nella predicazione, nella carità o anche nel sacrificio di fede per il bene pubblico hanno rappresentato modi diversi di vivere il Vangelo, ma tutti radicati nel quotidiano».

Insomma, una sorta di santità della speranza per certi aspetti anche contrastata, non sempre compresa nella sua profezia, come per esempio per don Mazzolari. «Tutte le figure che vivono la dimensione della santità – sottolinea Giovagnoli – fanno emergere contraddizioni intorno a sé e quindi sono anche rifiutate e contestate. D’altra parte è anche vero che effettivamente sono figure di speranza nel senso che mostrano come il dialogo con Dio – poi alla fine di questo si tratta – non è qualcosa solo per pochi, ma è ciò che rende diversa la vita quotidiana di qualunque cristiano. Questa è la grande speranza perché in fondo è la speranza – per dirla con la Scrittura – che quel buio che circonda la vita di tutti si squarcia proprio incontrando una direzione completamente diversa attraverso una dimensione di fede che poi non è qualche cosa di troppo lontano, per citare ancora le Scritture, da non potere essere vissuta da tutti».

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