In Duomo l’arcivescovo Delpini ha presieduto il Pontificale indicando il valore della testimonianza quotidiana di quanti «intendono la vita non come una carriera per arrivare primi e lasciarsi gli altri alle spalle, ma come un servizio da rendere a Dio»

di Annamaria Braccini

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Loro, i Santi e le Sante onorati sugli altari, che paiono vegliare dalla sommità delle colonne e delle guglie dentro e fuori il Duomo, e la moltitudine di santi sconosciuti che hanno testimoniato e testimoniano ogni giorno la gioia di essere servi del Dio vivente. E, poi, tutti noi chiamati dalla loro esemplarità a uno stile così diverso dalla mentalità comune, da sembrare ormai incomprensibile ai più.
È la Solennità di Tutti i Santi e, in una Cattedrale inondata di luce, è la luce della Parola di Dio a definire il senso del Pontificale presieduto, per la prima volta, da monsignor Mario Delpini e concelebrato dai Canonici del Capitolo Metropolitano.
Nella giornata della Santificazione Universale, il Vangelo delle Beatitudini di Matteo e la lettura dell’Apocalisse al capitolo 7, sono il filo rosso che annoda la riflessione dell’Arcivescovo che, per l’occasione, indossa i paramenti del cardinale Andrea Carlo Ferrari, uno dei suoi predecessori sulla Cattedra di Ambrogio e Carlo, ora beato.
«C’è da domandarsi come mai il mondo non sia ancora finito, come mai l’umanità non sia ancora estinta e che cosa consenta alla terra di sopravvivere e di ospitare uomini e donne che ogni giorno fanno di tutto per distruggerla, per riempirla di rifiuti e per renderla inabitabile», si chiede e chiede ai tanti fedeli presenti, Delpini.
Una domanda che mai, forse, come oggi, sorge spontanea di fronte a tante catastrofi, ma alla quale, tuttavia, la fede porge una risposta certa: la storia continua perché continuano a nascere e a esistere i servi del Dio vivente. Donne e uomini di ogni tempo, spesso sconosciuti che «non intendono la vita come un tirare avanti, né come una carriera per arrivare primi e lasciarsi gli altri alle spalle, ma come un servizio da rendere a Dio».
Gente non eccezionale che si alza al mattino, va a dormire la sera dopo aver compiuto, senza clamori, il proprio dovere quotidiano; persone che si ammalano, ma non recriminano; che muoiono, affidandosi, comunque, a Dio; «che attraversano, come tutti, giorni di festa, ma non si esaltano, non attirano l’attenzione su di sé, non fanno colpo con lo sperpero dello splendore e delle risorse; che sperimentano giorni di tribolazione, ma non si abbattono oltre misura».
E, forse, proprio per tale discrezione, sono «considerati una presenza, necessaria e scontata, come le colonne del tempio. Ma sono loro che tengono in piedi il mondo, come le colonne tengono in piedi il tempio», anche se «allo sguardo superficiale sembrano che siano pochi e mediocri, al giudizio sbrigativo e scontento sono considerati qualche volta un’eccezione, soprattutto da coloro che sono abituati a dire ogni male dell’umanità e a decretare che tutto va male, che tutto è sbagliato, che tutti sono egoisti, disonesti e stupidi».
Eppure, non è così ̶ suggerisce monsignor Delpini ̶ : infatti, la loro moltitudine non si può contare, è troppo grande, è “immensa”, poiché sono coloro «che, da ogni nazione, tribù, popolo e lingua, si fanno avanti di nuovo, sempre per servire», con quel sigillo del Dio vivente “posto sulla fronte”, per dirla ancora con l’Apocalisse, che «è il miracolo sorprendente della gioia invincibile che abita là dove si penserebbe impossibile».
Là dove, in una vita tribolata, si può essere beati, dedicandosi senza risparmio al servizio dei fratelli e ricevendone, invece che gratitudine, talora insulti e persecuzioni». Là dove i Servi di Dio restano beati «lottando per la giustizia e, invece che successi, incontrano sconfitte; là dove essi ricambiano il male con il bene, avvolgendo la cattiveria con la misericordia e amano la pace pur vedendola spesso minacciata dalla stoltezza dei prepotenti, ».
Appunto perché «la ragione della loro gioia non è nei risultati o nelle condizioni di vita confortevoli, è invece nel sigillo che dichiara la loro appartenenza» e permette la speranza «perché Dio abita in loro e il cuore puro consente di vedere Dio».
Insomma, «tutti i servi di Dio che non esibiscono le loro virtù, ma sono semplicemente virtuosi, non attirano l’attenzione su di sé, non chiedono risarcimenti per il servizio prestato e le tribolazioni attraversate, ma fanno quello che devono e sono felici». Coloro che «io credo – conclude l’Arcivescovo ̶ occupano anche le panche, oggi, di questo Duomo.

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