Nella memoria liturgica di Karol Wojtyla, veglia di preghiera e celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo. Moltissimi i giovani presenti, ai quali monsignor Delpini ha sottolineato: «Lui ha iniziato a diventare santo da giovane e ci suggerisce di imitarlo in questa vocazione»

di Annamaria BRACCINI

Messa per Giovanni Paolo II

Un santo, un anziano schiacciato dalla malattia, un uomo vestito di bianco che percorse, autorevole e instancabile, le strade del mondo fino ad avere il passo stanco di chi ha donato tutto se stesso. Eppure anche lui fu giovane ed è negli anni della sua gioventù, di speranza e di ricostruzione dell’Europa devastata, che iniziò a edificare una santità oggi riconosciuta e indicata sugli altari. Sembra di vederlo, Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, ascoltando l’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, nella Basilica di Sant’Ambrogio, durante la celebrazione eucaristica nella memoria liturgica di questo Pontefice così amato soprattutto dai giovani. Come quelli che si affollano già per la Veglia che precede la Messa, tra canti, letture di brani degli ultimi Pontefici, preghiera comunitaria e personale davanti alla reliquia delle gocce di sangue del Santo, normalmente conservata a Giussano e per l’occasione posta sull’altare maggiore.

A promuovere la celebrazione di suffragio, come ogni anno dal 2014, è l’associazione “Milano per Giovanni Paolo II”, nata nel 2013 su iniziativa di una ventina di giovani, tra cui il presidente Francesco Migliarese, appartenenti a movimenti, gruppi e articolazioni ecclesiali diverse. Tante le iniziative culturali e benefiche organizzate in questi anni, con al cuore sempre l’Eucaristia della memoria, presieduta da monsignor Delpini e, per l’occasione, concelebrata dall’Abate di Sant’Ambrogio, monsignor Carlo Faccendini, e da 14 sacerdoti. È «un momento di grande commozione ricordare Giovanni Paolo II, la sua passione per il Vangelo e per la gente. Chiediamo che continui, con il suo esempio, a chiamarci alla santità», dice in apertura del rito l’Arcivescovo, anticipando il filo conduttore della sua omelia.

Sequela e amicizia

«Prima di essere il Papa che in tutte le piazze del mondo entusiasmava i giovani, Karol è stato un giovane, un operaio, un seminarista; prima di essere un vecchio malato che commuoveva per la sua tenacia, è stato un giovane vigoroso, sportivo e fantasioso; prima di convocare milioni di persone di ogni parte del mondo per l’ultimo tributo alla sua morte era stato lui, in ogni parte del mondo, a gridare contro l’ingiustizia e la violenza dell’uomo sull’uomo». Nel riferimento al Vangelo del capitolo 9 di Luca – con l’invito di Gesù a seguirlo senza se e senza ma -, Delpini infatti spiega: «Nella vicenda che conduce alla santità possiamo raccogliere l’annuncio che il Signore ci rivolge in due parole irrinunciabili, sequela e amicizia».

Anzitutto, quindi, la sequela, «il compimento della vocazione, quel modo di intendere la vita che la libera dall’essere una serie di semplici esperimenti, dal rischio di ridurla a un parcheggio, a una sosta, dal pericolo di sentirsi una barchetta fragile in balìa delle mode. La sequela è la decisone di essere discepoli fino alla radicalità della conformazione a Cristo, avendo la fierezza e l’umiltà di praticare lo stile evangelico in ogni cosa». Un invito alla santità quotidiana da sperimentare con uno stile preciso, appunto evangelico, «che significa un certo modo di vivere gli affetti, i rapporti di amicizia e di amore, di animare lo studio, di avere un punto di riferimento per giudicare l’uso del tempo e dei soldi. Intendere la vita come sequela, in obbedienza a una vocazione, è quello stile che dà motivazione al senso di responsabilità per mettere a frutto i talenti ricevuti».

Da qui emerge ciò che l’Arcivescovo chiama un criterio per scegliere cosa fare della vita, proprio perché «la scelta definitiva di sposarsi o di consacrarsi non è un’impresa solitaria o il frutto di un’emozione». Così anche l’amore diventa vocazione: «Il dialogo con il Signore e la docilità allo Spirito rendono queste scelte passi verso la santità e non soltanto sistemazioni rassicuranti, eroismi personali o condizionamenti subiti». In questo modo Karol ha vissuto la sua giovinezza, deciso a seguire Gesù «senza volgersi indietro, senza lasciarsi spaventare dalle conseguenze che la sequela poteva comportare. Chiediamo che Dan Giovanni Paolo II aiuti i giovani a comprendere che la giovinezza è il tempo per decidere la sequela».

Poi, la seconda parola: amicizia, «quel legame di affetto ricambiato, la condivisione di affetti, di parole e di tempo che rende piacevole incontrarsi e stare insieme». L’esempio è, ancora una volta, il Papa divenuto Santo «Egli visse intensamente le amicizie che si erano consolidate nella giovinezza e che sono state un balsamo per tutta la sua vita. L’amicizia può essere una grazia impagabile se diviene un guardare insieme verso il futuro, andando nelle strade della vita, perché il pensiero che aderisce alla verità abita nelle dimore dell’amicizia. La verità sembra oggi una parola proibita, ma è la scoperta più affascinante, la risposta più luminosa all’inquietudine, è il percorso che incoraggia a cercare ancora senza l’affanno di perdersi, sempre abitati dallo stupore, perché non è una soluzione di qualche problema cervellotico, una frase scritta su un libro, ma è Colui che era, che è e che viene, il Signore che insegna a pensare i pensieri di Dio».

Il dono dell’essere amici è «la verità che cerchiamo insieme», scandisce monsignor Delpini. Come fecero quei giovani clandestini e temerari che in Polonia, tra le macerie dell’Europa degli anni Quaranta, chiedendosi quale Chiesa costruire, quale città configurare, ancora sono un modello: «Tra le rovine di questa società esausta, di questa globalizzazione di mercanti, in un’Europa degli affari e delle paure, forse, oggi, i giovani potranno domandarsi quale Chiesa sognare, per quale società impegnarsi. Nessuno può cambiare il mondo da solo, ma un gruppo di amici che si sostengono tra loro possono farlo. Chi non ha casa, non ha famiglia, ma ha amici, trova sempre un posto dove posare il capo. L’amicizia che costruisce è l’esito della sequela, perché è Cristo che costruisce un nuovo modo di essere casa, famiglia, di essere insieme».

Chiarissimo l’insegnamento: «Non chiamate amicizia quella di chi vi invita a uscire per bere qualcosa, di chi vi coinvolge nel tempo perso e nei divertimenti dispersivi. Chiamate amici chi vi incoraggia a dare lode a Dio, chi alimenta la passione per la verità, chi pensa e apre vie nuove, chi condivide la gioia di portare alla luce speranze più grandi e amori più veri. Karol Wojtyla ha iniziato da giovane a diventare santo e ci suggerisce di imitarlo in questa vocazione di sequela e amicizia che cerca la vita e si appassiona all’impresa di portare alla luce un mondo in cui sia bello abitare».

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