Redazione

L’esperienza di scampia è rimasta nel cuore dei giovani di Noviziato e Clan, lasciando una sorta di nostalgia. Ma anche la gioia di aver condiviso e giocato con i ragazzi del quartiere.

di Benedetta Rauty
Maestra dei novizi, San Giorgio 1 (Pistoia)

L’idea è partita verso aprile. Dopo il capitolo sulle mafie e la legalità in Italia abbiamo deciso col Noviziato e Clan di fare la route nei luoghi storici della Camorra in Campania. Abbiamo fatto una prima parte di strada sui monti del Matese, poi tre giorni a Napoli nel quartiere di Scampia. L’ultimo giorno ci siamo fermati a casa di don Peppe Diana, prete scout ucciso dalla Camorra, per passare una giornata bellissima con la sua famiglia che ci ha accolto come vecchi amici.

Mi rendo conto che èdifficile raccontare un’esperienza di questo tipo, le parole risultano insufficienti o inadeguate. Rimangono soprattutto le immagini di quei volti di bambini, segnati da una vita difficile fino dalla nascita, e lo stridente contrasto fra quella realtà e la nostra.

A Scampìa siamo stati ospiti di padre Fabrizio, il coraggioso parroco della chiesa di Santa Maria della Speranza, che lavora con le famiglie, con progetti di formazione professionale degli adulti e coi bambini e i ragazzi. Padre Fabrizio segue la comunità capi del gruppo Napoli 14, che ha il Clan e comincia a raggruppare ragazzi in età di Reparto coi quali ha già fatto un’esperienza di campo estivo.

Con il suo pulmino ci ha portato in giro per questo quartiere: il ghetto di Napoli, con circa 80 mila abitanti, dove si incontrano enormi statue di Padre Pio, del Redentore e della Madonna, poste dai boss per segnare il territorio; dove a qualsiasi ora del giorno si assiste a spaccio e uso di droga, con le vedette che fanno il palo; dove non ci sono negozi, solo qualche locale qua e là controllato dalla camorra; dove c’è un bellissimo parco comunale che nessuno usa perché nessuno esce di casa; ma soprattutto dove ci sono quegli enormi agglomerati di case uniti nei lotti come formicai, come il lotto P, famoso per gli arresti e gli agguati.

Qui ci sono i bambini con i quali abbiamo fatto servizio per pochi giorni: bambini che vivono in strada, che spesso sono manovalanza della criminalità, e hanno un genitore in carcere o ucciso in qualche faida di camorra.

Raccontata così Scampìa farebbe solo paura, invece vorrei raccontare l’altra parte di questo mondo “sospeso”: prima di tutto Fabrizio, con la sua calma, la forza delle idee, il coraggio di credere che qualcosa si può sempre fare per «lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato».

Poi i ragazzi del futuro Reparto del Napoli 14, che ci hanno aiutato nell’animazione dei bimbi del quartiere: di loro mi è rimasto il modo con cui ci hanno accolto, la voglia di giocare con noi e di chiacchierare all’infinito, la gioia di portare l’uniforme e di sentirsi Associazione, il coraggio di vivere in quel quartiere sperando in una normalità così stridente con la realtà.

Infine i bimbi di Scampìa, che quando passi nei lotti si affacciano alle finestre chiedendo “oggi si gioca?” e poi li ritrovi come una scia dietro di te, quasi ci fosse nell’aria un suono di piffero magico che li attrae; e ti montano sulle spalle con l’agilità con cui sono capaci di scavalcare muretti di qualche metro di altezza; e hanno voglia e bisogno di contatto fisico; e ti attirano con la loro simpatia schietta, e nello stesso tempo ti spaventano quando si ritrovano in bande e ti sfidano con un coraggio e un’esperienza di vita che neanche un adulto spesso sa trovare.

Questa è la Scampìa che è rimasta dentro di me, insieme all’idea che èin posti come questo che lo scautismo si gioca davvero fino in fondo col suo metodo e la sua genialità. Come dice padre Fabrizio «in fondo BP ha cominciato proprio con le bande di ragazzini…». Si può avere nostalgia di un posto come Scampìa? La risposta è certa: sì.

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