Redazione

Dall’agenzia di stampa Misna, ecco il racconto di alcuni microcrediti andati a buon fine. Marcelline, Susanna, Pierre, Bakari: persone diverse accomunate dalla miseria e dal fatto di vivere nel quarto Paese più povero del mondo.

di Rosalba Castelletti

Marcelline, vedova e madre di quattro figli; Susanna, disabile e ragazza madre di una quattordicenne; Pierre, fabbro disabile; Bakari, cerebroleso. Sono alcune delle donne e degli uomini di Bobo Dioulasso, 300 chilometri a ovest della capitale del quarto Paese più povero al mondo, che prima versavano nella miseria e oggi, grazie ai microcrediti gestiti da Grazia Le Mura e da suor Patrizia Zerla delle suore di Maria Consolatrice, sono riusciti a diventare “autonomi”.

«La cintura periferica di Bobo è costituita da quartieri senza acqua né luce. Qui vive gente analfabeta che, fuggita dai villaggi in cerca di fortuna e giunta in città, per sbarcare il lunario tira i carretti per modiche cifre, raccoglie mais in cambio di un po’ di granturco o cucina per un piatto del tipico “to” burkinabé, la polenta di miglio», dice dal Burkina Faso Grazia Le Mura, docente di Sociologia presso la Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale (Pftim) dell’Università di Napoli, che da 11 anni oramai si reca ogni anno in Africa per trascorrervi anche 6-9 mesi.

Due anni fa insieme a suor Patrizia ha promosso un progetto di microcredito che prevede prestiti a tasso zero per un arco di tempo di massimo tre anni da rimborsare in 10/12 rate e che sinora ha finanziato 48 persone, 20 delle quali hanno già rimborsato totalmente. «Prima di concedere il prestito, organizziamo degli incontri di formazione su piccole nozioni di economia (capitale investito, risparmio, ammortamento) utilizzando un linguaggio semplice e riferimenti all’esperienza concreta dato che si tratta per lo più di persone analfabete», aggiunge Grazia, portando l’esempio dello yogurt «che qui preparano tutti» e dei suoi ingredienti usato per spiegare l’ammortamento: «Se si mangiano tutti gli ingredienti, non si può più preparare yogurt, così pure se si consuma tutto il capitale, non è più possibile proseguire l’attività avviata».

Vi è anche chi, come Marcelline, una madre di quattro figli rimasta vedova 10 anni fa che parla solo il dialetto dioula e non conosce il francese, traduce a suo modo gli insegnamenti ricevuti. «In casa – racconta ancora Grazia – al posto di un quaderno di contabilità tiene tre ceste: in una custodisce il necessario per mangiare, nel secondo i soldi per comprare carichi di legna che poi rivende al dettaglio e nel terzo il denaro per provvedere agli imprevisti». È stato infatti per un imprevisto, una malattia del figlio maggiore, che, dopo aver comprato tre carichi di legna grazie a microprestiti tutti rimborsati, non è riuscita a pagare il quarto carico tutto da sé, ma solo metà. Malattia a parte, è quasi del tutto autonoma».

Lo è diventata anche Susanna, una ragazza madre trentenne, la cui figlia ha appena iniziato il ciclo di studi secondario. «Ha notato che nel suo quartiere mancava un negozio di prodotti alimentari, così grazie a un prestito iniziale di 50.000 franchi (70 euro) ha allestito una bancarella dinanzi casa dove rivende al cucchiaio il pomodoro che lei compra a scatole e in bustine l’olio che lei prende al litro – prosegue la professoressa Le Mura, commentando – così non solo offre un servizio ai suoi vicini, ma riesce pure a guadagnare qualcosa».

Anche Bakari, un uomo in gran parte paralizzato dalle lesioni cerebrali e con difficoltà anche a parlare, ha allestito un banchetto di prodotti alimentari. «Devo essere sincera – ammette Grazia – quando Bakari ci ha chiesto un prestito, eravamo molto scettiche e ci chiedevamo come avrebbe fatto. Non solo ha rimborsato tutti i prestiti e ha avviato la sua attività, ma è anche riuscito a pagare la scuola per il suo fratello minore».

C’è poi chi, come Pierre era già autosufficiente grazie alla propria officina di saldatura, ma rischiava di perdere una commissione governativa per costruire delle “vetturette”, biciclette per disabili, dato che il governo non paga in anticipo. «Grazie al prestito, Pierre è riuscito a comprare ferro e strumenti necessari, a effettuare il lavoro e, ottenuto il pagamento, a rimborsare», dice ancora Grazia Le Mura

Da Marcelline a Pierre, queste sono solo alcune delle esperienze che, all’indomani del conferimento del Nobel per la pace a Mohammed Yunus, promotore in Bangladesh dei sistemi di microcredito, fanno dire a Grazia Le Mura che «la formula è vincente: la gente diventa più responsabile e più motivata, perché finalmente qualcuno crede in loro. Il prestito è fiducia, le donazioni invece creano dipendenza».

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