La nascita e il loro sviluppo. Alcuni raccolgono soltanto donne, altri comprendono un “ramo” maschile e alcuni anche un “ramo” sacerdotale. Tutti praticano i consigli evangelici

di Marisa SFONDRINI

assemblea diocesana

Che significa “consacrare” e quindi “consacrazione” e quindi ancora “consacrato/a”? Il dizionario italiano dà queste risposte. Consacrare significa “rendere sacro con un rito religioso”; consacrarsi significa “dedicarsi completamente”. Se ne deduce che consacrato/a è colui/colei che “si dedica completamente”. Una forma di consacrazione a Dio vissuta pur rimanendo nella propria famiglia, c’è già nei primi secoli della cristianità. Allora si parlava di verginità consacrata o di celibato per il Regno, e si trattava di uomini e donne che si ripromettevano di vivere in osservanza integrale del Vangelo. Queste vocazioni a una consacrazione a Dio vissuta in pieno mondo fiorivano soprattutto, tra i cristiani sparsi in comunità ancora pagane. È il caso di Marcellina, sorella di Aurelio Ambrogio e Uranio Satiro (sant’Ambrogio e san Satiro; il primo, vescovo di Milano, dottore della chiesa, nato a Treviri, in data incerta tra 339-340 e morto a Milano nel 397).

Come Marcellina, alcune donne dell’aristocrazia romana si riuniscono intorno a san Girolamo, seguono i suoi consigli e conducono una vita di preghiera, ma non vivono insieme. L’esigenza di una completa dedicazione alle “opere del Signore” rimanendo laici è quindi antica.

Nel mondo ma non del mondo: per il mondo  

Compaiono poi i Terzi ordini secolari (dal XIII  sec.) che raggruppano laici, sposati e no, intorno ai grandi Ordini religiosi (francescani, domenicani, carmelitani…) di cui assumono la spiritualità. Altri tentativi avvengono quasi per necessità storiche. Un esempio noto è quello di sant’Angela Merici (XVI sec.) e delle sue discepole. A seguito della rivoluzione francese (XVIII sec.) che abolisce gli ordini religiosi, alcune religiose, rimaste senza convento, continuano a mantenere il loro stile di vita pur essendo tornate semplici laiche.

Nel XIX secolo si hanno i primi tentativi di vere e proprie associazioni di laici consacrati a Dio. La Chiesa, con il decreto Ecclesia Catholica, confermato nel 1889 da papa Leone XIII, dà le norme per l’approvazione di tali organismi i cui membri rimangono nel mondo e non portano un abito che permetta di distinguerli dagli altri laici. È un piccolo passo avanti, soprattutto perché erano circa mille anni che non era prevista una consacrazione a Dio non legata alla separazione dall’ambito familiare, professionale, sociale.

Nei primi tempi sembra troppo ardito, quasi rivoluzionario, mettere insieme consacrazione a Dio e condizione di laici viventi nel mondo, immersi nelle realtà del mondo: il lavoro, l’impegno socio-politico, anche la famiglia (padre, madre, fratelli…).           

Bisogna però arrivare al 1947, allorché Pio XII promulga la costituzione apostolica Provida Mater Ecclesia, nella quale si traccia una storia dei cosiddetti “stati di perfezione”, dagli Ordini Religiosi alle Congregazioni e alle Società di vita comune. Come ultima tappa vengono inserite le nuove istituzioni di laici (e di sacerdoti secolari o regolari) consacrati a Dio, alle quali si attribuisce il nome di “Istituti Secolari”. Era un passo decisivo, perché viene finalmente attribuito un posto nella Chiesa alla nuova forma di vita consacrata. Non mancano, però, resistenze a questo documento che non soddisfa il sentire più profondo dei laici consacrati, poiché presenta l’apostolato laicale come una supplenza di quello religioso e sacerdotale.

Nel 1948 ancora Pio XII emana il motu proprioPrimo feliciter, che chiarisce la Provida Mater e ne offre l’interpretazione “autentica”, indicando le due caratteristiche di questa peculiare forma di consacrazione: una consacrazione vera e piena e la secolarità (laicità), ovvero annunciare la Parola di salvezza (apostolato) nel mondo con i mezzi del mondo. Qualche giorno dopo è emanato il decreto Cum Sanctissimus, ulteriore commentario delle direttive relative agli Istituti Secolari.

È così chiarito definitivamente che se i membri degli Istituti Secolari si accostano a quelli religiosi per la professione dei consigli evangelici, se ne distinguono nettamente per il fatto che è propria dello stato religioso la separazione dal mondo e la vita comune o la convivenza sotto lo stesso tetto, mentre i laici consacrati continuano a vivere come hanno sempre vissuto (nel mondo, da soli o nella famiglia d’origine…).

Vivere la radicalità evangelica nel “mondo”

Per comprendere il significato dell’esistenza degli Istituti Secolari è opportuno rifarsi al magistero del venerabile Paolo VI, il papa che più d’ogni altro li ha guardati con attenzione dando indicazioni fondamentali per la loro vita.

Il 25 agosto 1976 Paolo VI dichiarava testualmente:«Se rimangono fedeli alla loro vocazione propria gli Istituti Secolari diverranno quasi “il laboratorio sperimentale” nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo. … Il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale». Il 26 settembre dello stesso anno aggiungeva: «La vostra condizione esistenziale e sociologica diventa vostra realtà teologica, è la vostra via per realizzare e testimoniare la salvezza. …».

Sempre Paolo VI in altra occasione dichiarava: «[Il vostro] è un camminare difficile, da alpinisti dello spirito… Siete nel mondo e non del mondo, ma per il mondo. Il Signore ci ha insegnato a scoprire sotto questa formula, che sembra un gioco di parole, la sua e la nostra missione di salvezza. Ricordate che voi, proprio come appartenenti ad Istituti Secolari, avete una missione di salvezza da compiere per gli uomini del nostro tempo; oggi il mondo ha bisogno di voi, viventi nel mondo, per aprire al mondo i sentieri della salvezza cristiana».

Quanto affermato da Paolo VI è stato poi ribadito e ampliato, sotto taluni aspetti, dai suoi successori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma la sostanza, il nucleo fondamentale rimangono quelli indicati da papa Montini.

Oggi, gli Istituti Secolari

Nello scorso secolo gli Istituti Secolari si sono moltiplicati. Alcuni raccolgono soltanto donne; altri comprendono un “ramo” maschile e alcuni anche un “ramo” sacerdotale; tutti praticano i consigli evangelici; alcuni si ispirano alla spiritualità di santi; altri sono caratterizzati da “compiti o funzioni” particolari nella Chiesa o nella società.

Oltre la pratica dei consigli evangelici, un altro tratto caratterizza quasi tutti questi istituti: il riserbo circa l’appartenenza. I membri degli Istituti Secolari, proprio al fine di essere presenti come evangelizzatori nelle più svariate circostanze della vita e sociali con la massima libertà possibile, non rendono pubblica la loro appartenenza. Questo non è – come qualcuno potrebbe supporre – un modo per nascondersi; è invece una maniera esigente di evangelizzare la realtà in cui si è immersi quasi unicamente con la propria testimonianza di vita.

Il riserbo rende talora difficile conoscere questa realtà a volte sconosciuta perfino ai pastori. Poiché la presenza nella Chiesa e nel mondo di laici consacrati (“dedicati completamente”) è ancora utile se non addirittura necessaria, è un bene che questo particolare “servizio” ecclesiale (e sociale) sia conosciuto e fatto conoscere.        

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