Redazione

Il dibattito sul linguaggio è vivo e appassionante,nel mondo della disabilità. Parole da usare e non usare. Concetti da esprimere o da reprimere. Nel tempo il linguaggio intorno alla disabilità è cambiato. In meglio, grazie anche allo sport.Il termine “disabile” ha sostituito nel tempo parole che sono divenute non appropriate,meglio utilizzarlo come aggettivo e mettere in luce la persona.

di Claudio Arrigoni

Parlare di comunicazione e disabilità potrebbe portare a considerazioni ovvie o banali oppure semplicistiche. Meglio fare degli esempi. E magari partire dallo sport, il luogo dove meglio si abbattono le differenze. Proprio parlando di sport è nato un nuovo modo di fare comunicazione sociale. Attraverso una grande attenzione al linguaggio.

Una attenzione che aiuta a rompere i muri. Abbattere le barriere: architettoniche, sociali, culturali, mentali, linguistiche. Anche le parole sono importanti. Il dibattito sul linguaggio è vivo e appassionante, non solo nel mondo paralimpico, ma in assoluto nel mondo della disabilità. Parole da usare e non usare. Concetti da esprimere o da reprimere. Nel tempo il linguaggio intorno alla disabilità è cambiato. In particolare grazie allo sport. In meglio. Gli anglosassoni, nello sport in particolare i Comitati paralimpici canadesi (si veda per esempio sul sito www.paralympic.ca) e australiani, hanno “guide per lo stile” da utilizzare. Chiedono di usare non “disabile”, ma “persona, atleta con una disabilità”. Meglio il singolare, dicono: “a disability” e non “disabilities”, che potrebbe sottintendere il fatto che vi è più di una disabilità. Non è eccessivo. Essere “politicamente corretti” aiuta ad avere rispetto degli altri.

Negli Stati Uniti, il National Center on Disability & Journalism (www.ncdj.org), ha un’ottima “style guide”, molto valida non solo per l’inglese. Assolutamente da seguire. In Italia, sono interessanti le riflessioni sulla comunicazione dello sport per disabili di Claudio Imprudente, storico animatore del Centro Documentazione Handicap (www.accaparlante.it). È sempre brutta una autocitazione, ma le poche riflessioni che esistono in italiano possono essere rintracciate in “Paralimpici” (Hoepli, 2006), che ha una parte espressamente dedicata al linguaggio.

Anche in italiano, il termine “disabile” ha sostituito nel tempo parole che sono divenute non appropriate, come handicappato, minorato ecc. Probabilmente non è il più corretto da usare, meglio utilizzarlo come aggettivo e mettere in luce la persona (“persona, atleta disabile”). Almeno nella nostra lingua, però, non esiste oggi una sintetica alternativa valida. Va bene usarlo, in attesa di cambiarlo. È un dibattito aperto. “Atleti paralimpici”, per individuare coloro che fanno sport riconosciuti dal Comitato Paralimpico, è un termine molto corretto. Si rischia di lasciar fuori altri, però.

Molti sport sono praticati in carrozzina (non “carrozzella”, che è guidata dai cavalli). La carrozzina aiuta, non limita: per questo è da evitare “confinato, relegato in carrozzina”. Meglio, “usa una carrozzina”. Solo un esempio. Non vi sono minori abilità, solo differenze di modalità. Per fortuna lo sport è maestro a mostrarlo. Il linguaggio che sa cambiare è un segno positivo per andare verso una società sempre più rispettosa.

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