Oggi la povertà non è più solo un problema di barboni, immigrati o di chi si estranea volontariamente, ma nasce dalla solitudine, dalla fragilità familiare e sociale

di Roberto DAVANZO
Direttore di Caritas Ambrosiana

Don Roberto Davanzo

Certo, è una semplificazione, ma fino al 2008 parlare di povertà evocava spesso scenari lontani, i Paesi del Terzo mondo, dove fame, guerre, regimi non democratici e ingiustizie sociali mietono migliaia di vittime. Il concetto di povertà, in un Paese sviluppato come il nostro, nelle nostre città dove il benessere si vede e talora si ostenta, sembrava esagerato, fuori luogo. E se proprio lo si doveva usare, lo si usava in riferimento a qualcosa di residuale, non certo per indicare l’immagine complessiva della nostra società. Ma dopo il 2008 ci si sono aperti gli occhi e abbiamo scoperto che la povertà è anche «cosa nostra» e non solo dei barboni o degli immigrati.

Dunque, chi sono i poveri? La povertà che abita soprattutto le nostre città avrebbe il volto dei barboni, dei mendicanti, dei clochard, dei nomadi, degli immigrati, di chi non sente di appartenere a un sistema sociale e se ne tira fuori, anche fisicamente “scegliendo” le stelle come tetto. Insomma, la povertà come “scelta di vita”. Ma siamo appunto nel campo dei luoghi comuni; chi quotidianamente incontra il variegato mondo dei senza dimora e dei senza tetto (a Milano sono circa 5.000, di cui 2.500 italiani, fonte Caritas Ambrosiana) sa bene quanto tutto ciò non corrisponda al vero. Sono tante le ragioni per le quali si finisce “fuori”; tante, ma non la «libera» scelta.

Tra queste ragioni – se volessimo tentare di andare al cuore del problema – mi sentirei di individuare quelle che parlano di solitudine, di assenza di legami, di fragilità familiare e sociale. Insomma, si finisce per strada perché a fronte di un momento difficile della propria vita ci si trova senza un santo a cui votarsi, senza un minimo di rete di amici e di parenti capaci di sostenerti, di tenerti su, di impedire che la pallina posta sul piano inclinato prenda una velocità insostenibile.

Non illudiamoci: non è mai esistita l’età dell’oro, il tempo di una solidarietà così diffusa e pervasiva da impedire situazioni di grave emarginazione. Insieme possiamo però intuire che la linea su cui muoversi – oltre al tamponamento emergenziale sempre doveroso – è quella di irrobustire tutte le reti sociali possibili, in modo che accada sempre meno di trovarsi in solitudine a dover fronteggiare una malattia, la rottura del legame familiare, la perdita del lavoro… C’è di mezzo la ricostruzione di un tessuto sociale dopo i decenni sciagurati dell’individualismo più sfrenato. C’è un’azione culturale che deve partire – ancora una volta – dalle comunità cristiane, da quella risorsa inestimabile che ci può derivare dall’incontro con il Dio che si è abbassato fino al nostro livello per non lasciarci in balia di noi stessi, il Dio che nel Natale ha posto le condizioni di possibilità per uno sguardo fraterno nei confronti degli altri esseri umani.

Certo, bisogna un po’ lasciarsi disturbare, scomodare. Qualcuno obietterà, con un ritornello ormai stucchevole, che questo non è il momento, che non ci sono risorse. Forse è vero, ma forse è altrettanto vero che non c’è mai stata un’epoca con risorse in abbondanza. E allora, ieri come oggi, è un problema di visione della società: quanto degrado siamo disposti a tollerare lungo le vie delle nostre città? A quanto del nostro benessere siamo disposti a rinunciare pur di assicurare a tutti e a ciascuno almeno un tetto sotto cui ripararsi?

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