Il Cardinale in Visita Pastorale a Bubbiano, in Zona VI, presiedendo l’affollata celebrazione eucaristica, ha indicato la necessità di «ravvivare la presenza di Gesù nella comunità cristiana e civile»

di Annamaria BRACCINI

bubbiano

«Sono pieno di gioia e di commozione per essere qui tra voi, in questa prima giornata primaverile, per questa breve, ma bella Visita pastorale, anche perché questa chiesa, con il suo stile tra il tardo barocco e il neoclassico, mi ricorda quella del mio paese». 
È una giornata appunto, finalmente, piena di sole a Bubbiano, nella bassa milanese, quando il cardinale Scola arriva nel piccolo sagrato antistante la parrocchia Sant’Ambrogio e Santa Maria di Tutti santi, che riunisce i due piccoli centri di Bubbiano e di Calvignasco. 
Ad accoglierlo il parroco, don Stefano Rho, il Decano di Abbiategrasso, don Piercarlo Fizzotti e la gente con i bimbi della scuola materna che, con l’Arcivescovo, intrattengono un inatteso e tenero dialogo. 
Gli chiede, infatti, Gaetano, 4 anni e mezzo, per nulla intimidito, “Perché sei vestito di rosso?”. “È il colore che ricorda che Gesù è morto per tutti noi. Lo sapete bambini?”,  Un coro di piccoli sì accoglie le semplici, ma evidentemente chiare e convincenti, parole del Cardinale.
Poi, in chiesa, per la celebrazione eucaristica dove si affollano gli abitanti di entrambi i paesi, con i gonfaloni e i sindaci in prima fila. 
E allora, nota subito l’Arcivescovo, quasi rispondendo al parroco che aveva auspicato che la sua piccola comunità – poco più di 2100 fedeli, in cui predominano le giovani generazioni – “possa essere di gioia e consolazione per il Pastore”: «Il motivo per cui questi sono i miei sentimenti sono gli stessi che esprime Paolo nella Lettera ai Romani che abbiamo appena ascoltato. Anche noi tutti, voi ed io, siamo ‘amati da Dio e santi per chiamata’. Esiste, infatti, un amore più potente di ogni altro, che ci è donato da Chi ci precede. Un  amore più forte di quello dei legami di sangue e della carne, che ci permette di essere uniti anche prima di vederci o di conoscerci». 
Un vincolo di comunione, dunque, «che nasce dalla fede comune che abbiamo ricevuto, che dice la direzione di un cammino e che abbiamo il dovere di trasmettere alle nuove generazioni». 
È da questo dono «il più grande», che viene la possibilità di andare oltre l’apparenza in un mondo, invece, pieno di superficialità e, appunto, di apparenza. Da qui la prima indicazione dell’Arcivescovo, «vivete nella comunione e intensificatela, con la consapevolezza che l’unità ci è donata dal Signore, con una chiamata che precede le nostre singole persone. Senza questa coscienza sarà impossibile costruire una parrocchia unita, mentre se c’è una tale fusione, si diviene capaci di testimonianza e di missione».  Dalla riflessione sulla Lettura del brano degli Atti degli Apostoli della liturgia del giorno, nasce, poi, una seconda raccomandazione: «ravvivate la presenza di Gesù nella comunità. Ecco il senso dell’eucaristia quotidiana e delle attività che svolgete, nell’iniziazione cristiana, con l’attenzione preziosissima ai più piccoli e all’educazione dei giovani. Gesù è risorto e, quindi, ci è contemporaneo nel quotidiano di ogni giorno». 
In questo senso, continua il Cardinale, «siamo tutti santi, perché chiamati dal dono della fede a vivere una vita piena, riuscita, nell’impegno della testimonianza e in quello civile». 
«Ricordiamoci che comunità come queste – pur piccole numericamente – sono però le realtà su cui l’Italia ha sempre poggiato, sono il nerbo della società e se una rinascita sarà possibile, lo sarà solo dal ‘basso’, dal popolo».
E, allora, giunge anche un terzo e ultimo richiamo del Pastore: «dovete essere, al di là delle azioni che talvolta dividono, delle inimicizie, delle singole opinioni, una comunità che sappia amare come il Signore ci ha amato». 
Perché solo l’esempio concreto convince, pare suggerire l’Arcivescovo, «e occorre portare la testimonianza con semplicità di cuore, prendendo sul serio la Parola di Dio e l’Eucaristia che interrogano sempre la nostra libertà di donne e uomini». 
Una libertà che è davvero tale se si comunica il dono appunto più grande, la fede. Un “credere” che in queste terre della Bassa, come racconta il decano di Abbiategrasso, «è ancora vivace, con segni consolanti di comunione, anche tra i sacerdoti, pur nelle difficoltà evidenti che la crisi economica in atto, ha prodotto anche in queste zone, popolate da tante giovani famiglie».
A testimoniare la complessa situazione di tanti nuclei familiari, arriva anche la scelta significativa di offrire all’Arcivescovo, alla presentazione dei doni. Con il Pane e il Vino, anche quanto raccolto dalla parrocchia durante l’intera quaresima a sostegno del Fondo Famiglia-Lavoro.

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