Con l’applicazione del decreto legge sulla depenalizzazione anche l’Istituto Beccaria si svuota. Questo impedisce l’avvio di percorsi educativi, mentre le comunità di accoglienza sono poche e gli arresti domiciliari non sono una soluzione. Ne parla il cappellano don Claudio Burgio

di Luisa BOVE

Don Claudio Burgio

Oggi più che mai si notano gli effetti del decreto legge sulla depenalizzazione, ribattezzato «svuota-carceri» e approvato mesi fa. Un provvedimento che ha portato alla riduzione del numero di ingressi negli istituti di pena e ha anticipato le uscite dei detenuti. Una scelta obbligata per l’Italia, che altrimenti rischiava pesanti sanzioni della Corte europea per il sovraffollamento delle carceri e la violazione dei diritti umani. «È stato pensato soprattutto per gli istituti penitenziari degli adulti – commenta don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto minorile Beccaria e presidente dell’Associazione Kayròs – senza tenere conto delle prospettive di prevenzione minorile». In questi giorni il Beccaria si è svuotato e ciò impedisce un percorso preventivo ed educativo con i ragazzi fermati, soprattutto tra i 14 e i 16 anni. In pratica, spiega il cappellano dell’istituto minorile, «non approdano al carcere e non si può fare altro che metterli in comunità».

E prima cosa avveniva?
I minori venivano incarcerati o entravano nelle comunità, ma fino alla richiesta preliminare c’erano circa 6 mesi di tempo che permettevano di conoscere bene il ragazzo, fare una psicodiagnosi e impostare un progetto che portava alla cosiddetta messa alla prova. Tutto questo ora è impossibile e i ragazzi si conoscono davvero poco.

Nel decreto legge quindi non si è pensato a soluzioni mirate per i minori?
No. Sono in corso riflessioni e ci saranno emendamenti, però attualmente molti ragazzi sono usciti e qualcuno anche piangendo. Questo è emblematico, perché si sono trovati da un giorno all’altro nella gioia di essere liberi, ma senza aver costruito nulla. Hanno lasciato il Beccaria nella preoccupazione.

La depenalizzazione riguarda in particolari i piccoli spacciatori?
Non solo. Riguarda tutte le pene sotto i tre anni e la maggior parte dei ragazzi del Beccaria hanno commesso piccoli reati. Chi invece ha compiuto omicidi o reati più gravi, ovviamente, è ancora dentro. Oggi i ragazzi presenti al Beccaria sono circa una trentina. L’intervento della magistratura per i minorenni aveva uno scopo soprattutto preventivo e noi avevamo la possibilità di lavorare con i più piccoli impostando un progetto serio.

Ora invece cosa succede?
Dal Centro di prima accoglienza (Cpa) del Beccaria, dove arrivavano i ragazzi dopo il primo fermo, non si accede più se non per reati molto gravi. Poi da lì i minori passavano al carcere, alla comunità o agli arresti domiciliari a casa. Adesso invece restano solo le due opzioni: la comunità o il carcere. Senza contare che è meno incentivante rimanere in comunità, perché l’aggravamento in caso di fuga è di un mese al Beccaria.

Lo slogan «Non esistono ragazzi cattivi» (titolo anche di un suo libro) è la conferma che recupero e prevenzione sono possibili?
Prima questa esperienza era reale perché già il carcere non era punitivo, ma soprattutto luogo educativo, dove si faceva un lavoro di “scavo” nella personalità e di accompagnamento. Adesso è chiaro che il Beccaria rimane carcere a tutti gli effetti e sarà utilizzato per i reati più gravi o per l’aggravamento di un mese, ma non permetterà un lavoro educativo. I ragazzi vengono così penalizzati e non aiutati. Anche per i minorenni che vanno agli arresti domiciliari a casa non si può costruire molto.

Quindi questo decreto per i ragazzi è…
Una tegola. Il Centro giustizia minorile è andato in crisi perché ha dovuto all’improvviso collocare nelle comunità una trentina di ragazzi, ma i posti a disposizione non soddisfano i bisogni. Dovrà quindi scattare un confronto tra la giustizia minorile e la magistratura, perché ora i minorenni hanno meno chances. Inoltre andranno ridefiniti i criteri di scelta tra la comunità e gli arresti domiciliari.

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