La psicologa, tra i relatori del convegno di sabato 29 luglio a Barzio, spiega: «Le bugie non sono negative, ma fanno parte dell’evoluzione del bambino»

di Luisa BOVE

Rossella Semplici
Rossella Semplici

«Finché i bambini non hanno chiara la distinzione tra realtà e fantasia non possiamo parlare di vere e proprie bugie», esordisce Rossella Semplici, tra i relatori del convegno a Cremeno. Quando un bambino di 3-4 anni dice: «Questo gioco è mio» oppure «Non sono stato io», ci crede, anche se non è vero. «Le bugie non sono negative, ma fanno parte dell’evoluzione del bambino», assicura la psicologa.

Un bimbo dice una bugia perché non vuole essere punito o deludere i genitori. «Solo a 6-7 anni c’è il primo impatto vero e proprio con una bugia confezionata, prima c’è sempre un po’ di confusione». A 9-10 anni invece più che dire una bugia, i ragazzini non dicono tutta la verità, una parte resta nascosta, «questo per l’esigenza di differenziarsi dagli altri e iniziare a tutelare una parte intima». I genitori non devono preoccuparsi perché il figlio dice le bugie, ma quando le utilizza costantemente, è segno infatti che qualcosa non ha funzionato a livello educativo o perché ha paura del giudizio degli altri oppure sente su di sé un’aspettativa esagerata, teme di non rispondere all’ideale dei genitori e non vuole deluderti. «La punizione è necessaria, perché il bambino deve capire cosa può fare e cosa no, inoltre va aiutato a comprendere che a dire troppe bugie si intacca il senso di fiducia degli altri nei suoi confronti». Tra gli 8 e i 10 anni è facile sentire frasi come: «Non sono stato io, ma tizio». «Questo tipo di bugia – spiega Semplici – va di pari passo con l’interiorizzazione dell’educazione morale e quindi dei valori: ciò che è bene e ciò che è male». È la cosiddetta «bugia della calunnia», ma occorre che il bambino percepisca che a lungo andare è una condotta anche sociale.

A questo punto diventa importante porre domande, per esempio «Perché non mi dici la verità?», per cercare «di farlo esprimere e sondare il tratto emotivo, così da evitargli ansie e sensi di colpa». Insomma, bisogna andare alla radice del motivo della bugia. E di fronte ai figli adolescenti come ci si comporta? «Noi non dobbiamo pretendere di sapere vita, morte e miracoli dei nostri figli – continua la psicologa -. Papa Francesco nell’Amoris laetitia dice che non dobbiamo sempre sapere con chi sono, che cosa fanno… perché se li abbiamo accompagnati in un’evoluzione, dobbiamo essere tranquilli perché ciò che fanno risponderà ai principi che abbiamo condiviso insieme. Bisogna avere fiducia, creata fin dall’inizio e vagliata man mano». Semplici mette in guardia sulla coerenza degli adulti. «I nostri figli ci guardano – dice -, quindi se vogliamo che non siano bugiardi, non lo dobbiamo essere neanche noi. E, soprattutto quando sono piccoli, se promettiamo di portarli al cinema e poi non ci è possibile, dobbiamo motivarlo. Non si fanno promesse che è difficile mantenere».

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