Nei giorni scorsi Milano ha reso omaggio al coraggio di Lea Garofalo, «testimone di verità» brutalmente uccisa dalla ’ndrangheta. Nel «campo che è il mondo» l’illegalità equivale alla zizzania. Per estirparla i cristiani hanno un preciso ruolo educativo

di Walter MAGNONI
Responsabile Pastorale sociale e del lavoro

funerale Garofalo

Il cielo di Milano era grigio e l’aria era quella tipicamente autunnale. Nella stagione che segna la caduta delle foglie, una piazza Beccaria gremita di persone di ogni età ha salutato Lea Garofalo: donna coraggiosa, caduta anche lei come una foglia nell’autunno del 2009.

Testimone di giustizia, vittima dell’ex compagno Carlo Cosco (legato ai codici d’onore della ’ndrangheta, Lea Garofalo venne uccisa il 24 novembre. Qualche resto del suo corpo fu ritrovato solo alla fine del 2012, in un campo della Brianza. Questa “scoperta” venne propiziata da un collaboratore di giustizia all’interno del processo che lo vedeva inquisito per l’uccisione di questa donna. Mentre in un primo tempo si pensava che Lea fosse stata sciolta nell’acido, questo “collaboratore” affermò che in realtà la Garofalo, dopo l’uccisione, sarebbe stata bruciata. Muovendosi su questi indizi gli inquirenti ritrovarono poche ossa che il Dna confermò appartenere alla donna.

Per questo sabato scorso l’Associazione Libera e il Comune di Milano hanno commemorato Lea. Don Luigi Ciotti, oltre a definire questa donna una «testimone di verità», ha chiesto perdono a nome di Libera per non essere riusciti a “salvare” Lea, rivoltasi proprio a lui per essere aiutata nella sua lotta contro la mafia. Il prete torinese ha voluto anche far sentire a Denise, la figlia di Lea, la vicinanza e il sostegno di tutti.

Lea Garofalo è una delle tante vittime della mafia. Il fatto che sia stata rapita e uccisa proprio a Milano ha permesso, a chi ancora non ne era conscio, di prendere coscienza di quanto certe dinamiche violente non siano semplice monopolio di alcune zone del Paese. Gli studiosi lo vanno ripetendo da anni: la mafia è un cancro che si è ormai capillarizzato ovunque e la Lombardia è una delle roccaforti di questo sistema che si fonda sull’illegalità.

Il mistero d’iniquità è da sempre presente nella storia, fin dall’origine l’umanità lotta per cercare vie di bene. La parabola di Gesù del grano e della zizzania mostra che, se è vero che vi è una precedenza del seme buono, il nemico vi ha messo la zizzania. Il cardinale Scola, nella sua Lettera pastorale, osserva: «La bontà del “campo” si vede dal fatto che la zizzania non è in grado di bloccare la crescita del buon seme. L’amore di Dio ci precede e non può essere vinto da nessun male». Il cristiano, alimentato da questo amore, pur cosciente delle proprie fragilità, sente il compito di dare unificazione alla fede che professa attraverso la coerenza delle opere,.

Uno dei luoghi decisivi in cui i credenti si trovano fianco a fianco degli uomini di buona volontà è appunto quello dell’educazione alla legalità. Questa passa dalle piccole scelte, quelle di ogni giorno, come obliterare il biglietto quando si sale sul bus, piuttosto che rispettare le norme stradali quando si guida.

La radice della legalità è sempre il bene comune. Quest’ultima parola – che rischia di apparire come uno slogan – è in realtà l’atteggiamento responsabile di chi cerca, prima che il proprio utile, il bene della comunità dentro cui vive, finalmente persuaso che l’uno senza l’altro non possono stare.

Ho visto concretizzarsi questo anelito in un recente incontro organizzato dalle parrocchie di Trezzano sul Naviglio a cui ero invitato (se ne parla nell’articolo in allegato, ndr). Vi ho trovato una comunità “provata”, ma non rassegnata che, oltre la rabbia, desidera rilanciare una politica scevra da interessi privati e orientata al bene pubblico. A Trezzano ho incontrato cristiani coraggiosi che, senza desiderio di apparire, cercano nel loro piccolo di seminare percorsi di legalità e giustizia.

I funerali di Lea Garofalo, le parole del nostro Cardinale, l’esperienza di Trezzano sono tutti semi che certamente porteranno frutto. In autunno le foglie cadano, ma noi siamo testimoni di quella “primavera” che è la Pasqua di Gesù e che dà senso a ogni nostra azione, comprese quelle per una società più giusta.

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