Una giornata di sole splendido accoglie i moltissimi sacerdoti che si riuniscono nel "loro" Seminario per la tradizionale Festa dei Fiori. Una festa davvero per tutti, per l'intero presbiterio ambrosiano, da chi lo guida, il cardinale Scola ai seminaristi, da chi festeggia il 70esimo di Ordinazione sacerdotale o il primo anno di Messa fino ad arrivare ai 10 giovani che diventeranno preti tra meno di un mese, il 10 giugno in Duomo

Annamaria BRACCINI

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La Celebrazione

Una festa vissuta, come sempre, nella memoria della Madonna dei Fiori e, in questo 2017, specifamente dedicata alla dimensione mariana nella vigilia del centenario delle Apparizioni di Fatima, come ricorda il rettore, monsignor Michele Di Tolve, nel suo saluto all’inzio della Celebrazione Eucaristica presieduta dal cardinale Scola e concelebrata dal cardinale Francesco Coccopalmerio (che festeggia i 55 anni di sacerdozio), da 12 Vescovi ambrosiani emeriti ed ausiliari tra cui il nunzio apostolico in Burkina Faso e Niger, monsignor Piergiorgio Bertoldi, dai festeggiati per i 70, 60, 55, 50, 25 anni di Ordinazione e oltre 100 preti.
«Ancora sentiamo il gusto, il profumo, la gioia della visita del Santo Padre. La ringraziamo – aggiunge il Rettore rivolto all’Arcivescovo – di continuare a ricordarci le parole di papa Francesco perché diventino, per noi preti e per tutto il popolo di Dio, fermento di vita nuova al fine di assumere il pensiero di Cristo. La santità è il frutto di quell’amore senza confini che Gesù ha per ognuno: è questa la ragione per cui siamo diventati preti e ciò che annunciamo ogni giorno».
Si citano alcuni anniversari particolarmente significativi, come quello di monsignor Mario Panizza  divenuto prete nel 1947, i 65 anni di Messa di monsignor Angelo Mascheroni e monsignor Franco Festorazzi, i 60 dell’Arcivescovo emerito di Milano, il cardinale Tettamanzi (che non ha potuto essre presente, mentre lo sono diversi suoi compagni), tra gli altri, i 30 anni di Ordinazione episcopale di monsignor Marco Ferrari, i 10 di monsignor Roberto Busti, monsignor Mario Delpini tutti concelebranti. Si fa memoria del cardinale Nicora scomparso il 22 aprile scorso e che avrebbe compiuto i 40 anni come Vescovo.
A ogni festeggiato va il pensiero del Cardinale. «Carissimi festeggiati, fiori, dalla Lettura degli Atti degli Apostoli (capitolo 11) evinciamo che il contenuto dell’evangelizzazione è semplice, chiaro e rivolto a tutti in ogni epoca della storia, anche in questa nostra narcisistica post moderna: Gesù è il Signore sovrano del Regno della fine dei tempi, sovrano in senso compiuto. Evangelizzare oggi, uscire, vivere per intero il campo che è il mondo, implica un annuncio chiaro e forte di Gesù come Signore capace di manifestare che noi viviamo questa appartenenza, prendendo parte a Lui».
Il riferimento è ad Antiochia, dove, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani.
«La Chiesa è la nuova famiglia raccolta attorno a Lui». Famiglia che ha una differenza con la famiglia del sangue, come bene marca il Vangelo di Marco al capitolo 3, appena proclamato «che scolpisce un’icona della Chiesa».
«La condizione per avere parte a questa nuova parentela è la fede in Lui, fede che deve giungere fino all’obbedienza, al “sì” deciso alla volontà del Padre», sottolinea l’Arcivescovo.
Evidente il richiamo a Maria, «la prima ad accettare e a riconoscere questa condizione, a tale punto che sant’Agostino disse “Maria è più felice di ricevere la fede di Cristo che di concepire la carne di Cristo. Questo perché la fede è veramente la sorgente della nuova parentela, i cui vincoli non sono solidaristici, di progetto e di incarico, ma affettivi, esprimendo una familiarità donata e scelta, reale». Ma come vivere questa nuova parentela?
«C’è un criterio discriminate – scandisce Scola con le parole di Paolo nella Lettera ai Romani -: detestare il male con grande chiarezza, tra noi e in noi, circondandolo da tutte le parti con il bene. Come ha detto il Papa dobbiamo incrementare l’habitus del discernimento. Siamo ben lontani dal praticarlo anche se si è lavorato molto su questo».
Emergono così quelli che il Cardinale definisce «alcuni inequivocabili caratteri» qualificanti i cristiani: «dal gareggiare nello stimarsi a vicenda – quanto siamo lontani dall’accettare come conveniente chiunque ci sia messo vicino! – alla stima a priori, dall’essere lieti nella speranza – la gioia spesso è sotterrata da angosce, ansie e problemi, ma essa è il frutto della Grazia invocata -, all’essere costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera». E questo perché «letizia e fedeltà dicono la verità del nostro amore verso Dio e i fratelli». Infine, la “vertigine dell’amare”: «benedite coloro che vi perseguitano».
Dati della vita nuova che scaturisce dalla Pasqua che se devono caratterizzare ogni battezzato, «trovano nel presbiterio diocesano un ambito privilegiato e necessario di attuazione. Nella comunione con il Vescovo e i presbiteri, tutti i membri del popolo cristiano chiedono di trovare una preziosa indicazione di cammino e un potente richiamo a vivere personalmente e comunitariamente la nuova parentela di Cristo. La trovano nella nostra comunione presbiterale? Lascio a ognuno il dovere di un esame di coscienza su tale punto», osserva l’Arcivescovo.  Da qui l’auspicio «Noi tutti che siamo qui, dobbiamo fare corona ai nostri “fiori”, preghiamo per le vocazioni, pensiamo alla bella esperienza di Parabiago con i 7 giovani che sono impegnati nella comunità di persone esplicitamente orientate a verificare una chiamata che già sentono. Stingiamoci attorno ai nostri diaconi, fiori preziosi sul robusto tronco della Chiesa ambrosiana. Nel “sì” immacolato di Maria sia ricompreso il nostro “sì”». Poi, la festa nel quadriportico del Seminario con la presentazione dei Candidati tra musica, allegria, applausi.

Le relazioni

Fantasie e bugie di bambini incompresi o verità? Cosa accadde a Cova da Iria cento anni fa? Come interpretare il famoso terzo segreto di Fatima (con la figura vestita di bianco uccisa da un gruppo di soldati”), reso pubblico nel 2000 da San Giovanni Paolo II convinto che quella profezia si era compiuta il 13 maggio 1981 con l’attentato da cui si salvò miracolosamente, proprio nel giorno della Madonna di Fatima. Sono tanti gli interrogativi che ancora circondano le Apparizioni ai tre pastorelli portoghesi – due di loro, Giacinta e Francesco, verranno canonizzati proprio sabato prossimo dal Papa appunto a Fatima – e, tra questi, su uno in specifico si  sofferma don Franco Manzi nella relazione che apre la mattinata. «come il mondo dei Risorti può aver fatto irruzione nella coscienza di tra bambini?. Perché avevano un carisma profetico.
Dunque, le visioni di Fatima hanno la loro chiave interpretativa nella profezia. Le tre visioni angeliche e le sei mariane avevano questo senso, comunicare degli inviti morali, non verità dottrinarie». Ciò significa Il Risorto e l’Assunta desideravano lasciarsi percepire dai bambini e lo Spirito ha provocato queste visioni profetiche. La Madonna a Fatima ha consentito allo Spitito di ricorrere a lei, per la salvezza della Chiesa. I bambini hanno colto il dramma della storia umana percependo la perdizione eterna di chi rifiuti Dio e manifestando a tutti l’urgenza della preghiera, della conversione, della consacrazione alla Madonna, obbedienti al Padre e compassionevoli verso gli altri. In questo, i tre bambini sono stati memorie viventi di Cristo, portando a termine la loro missione di profeti cristiani non perché bambini, ma perché diventati bambini del Regno. La loro esperienza di Fede si determina come memoria creativa e imitazione di Cristo declinata secondo tre note diverse accordate sul diapason di Cristo». Parole a cui ha fatto eco la seconda riflessione affidata a monsignor Gianni Colzani incentrata su Maria nella figura del prete. Una comunicazione di carattere insieme personale e teologico con l’identificazione della dimensione mariana della Chiesa e dei sacerdoti.
«La prima Grazia di Cristo in noi deve esse la gioia e, poi, la libertà inafferrabile della Parola e ancora una intimità con Cristo itinerante. Con la “Chiesa in uscita” di papa Francesco penso che sia venuto il tempo di dire che, se modelliamo la nostra consacrazione sul dono di Maria, forse rappresentiamo il volto nuovo dle presbitero che andiamo cercando».

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