L’incontro tra il Cardinale e i fedeli dei due Decanati è in programma alle 21 presso la parrocchia della Pentecoste. Abbiamo intervistato i due Decani, don Enrico Galli e don Carlo Azzimonti

di Cristina CONTI

Carlo Azzimonti

Giovedì 15 dicembre si aprirà la Visita pastorale ai Decanati milanesi di Quarto Oggiaro e Cagnola. L’incontro tra il cardinale Angelo Scola e i fedeli è in programma alle 21 presso la parrocchia della Pentecoste (via Graf 29, Milano). Abbiamo intervistato i due Decani.

Quarto Oggiaro: in cerca di nuovi modi di trasmettere la fede

«Il nostro Decanato è in un quartiere ben circoscritto, dall’autostrada dei Laghi e da quella per Cormano, dalle Ferrovie Nord e dal Passante ferroviario, con la stazione Certosa – spiega don Enrico Galli, parroco di Sant’Agnese Vergine e Martire e decano di Quarto Oggiaro -. In totale è formato da cinque parrocchie. Il quartiere è sorto negli anni Sessanta e oggi gli anziani ultraottantenni sono molto numerosi, tranne che nella zona della parrocchia della Pentecoste, dove la popolazione è un po’ più giovane».

La crisi economica si è sentita molto?
Sì. Il nostro quartiere è formato prevalentemente da pensionati. È una zona popolare in cui abitano persone abituate a lavorare duramente. Oggi è molto diffuso il problema di chi ha perso il lavoro, e di conseguenza chiede aiuto ai genitori, e dei disoccupati, che vivono spesso alla giornata e di espedienti. Abbiamo anche noi centri di ascolto per venire incontro alle situazioni più difficili, ma il numero delle richieste è troppo grande per poterle soddisfare tutte. Al massimo riusciamo a pagare qualche bolletta e a far fronte alle emergenze, ma non si riesce a fare molto.

E l’immigrazione?
La presenza degli stranieri è in linea con quella delle altre periferie. Si ha l’impressione che il quartiere stia cambiando lentamente. Gli italiani immigrati qui negli anni Sessanta stanno lasciando il posto a stranieri che si inseriscono gradualmente. Provengono perlopiù dall’Oriente, dal Nordafrica e dall’America latina e si raggruppano in tre diverse zone del quartiere. Proprio per questa gradualità negli arrivi non ci sono grosse problematiche. Anzi, c’è molta integrazione e solidarietà. Gli anziani arrivati qui negli anni Sessanta hanno vissuto la migrazione in prima persona, hanno avuto una vita dura, hanno vissuto in alcuni casi la stagione triste dell’eroina, talvolta anche vedendo morire i propri figli: c’è una grande umanità, un buon vicinato, fatto di attenzione ai problemi dell’altro e all’integrazione. Nelle attività sportive dell’oratorio, inoltre, ci sono ragazzi di ogni nazionalità e questo ci permette di incontrare anche le famiglie. Anche l’associazionismo, poi, è molto attento al fenomeno delle migrazioni e c’è un buon dialogo anche tra le singole associazioni e le parrocchie presenti nel territorio.

La partecipazione alla vita parrocchiale è buona?
La pratica è relativamente ridotta, in linea con le altre zone della città. A partecipare sono soprattutto gli anziani, mentre ad avere problemi sono l’età di mezzo e i giovani. Per la formazione degli adulti, la catechesi, la scuola della Parola e gli esercizi spirituali decanali c’è un nocciolo duro, un gruppo di persone che proviene dalle cinque parrocchie e partecipa attivamente a tutte le proposte. Per quanto riguarda invece i cammini di catechesi, dalle medie c’è una grossa fatica a fare gruppo. E se per preadolescenti e adolescenti ancora si riesce ad avere qualcuno, con i giovani le cose diventano ancora più difficili. Certo, le attività sportive e l’oratorio estivo sono molto frequentati. Sarebbe bello, però, avere gli stessi numeri anche per l’oratorio invernale.

Quali le attese per la visita del Cardinale?
Ogni Consiglio pastorale parrocchiale si è preparato per questo momento. Le questioni che vorremmo sottoporre al Cardinale sono diverse. Innanzitutto, date le caratteristiche del nostro quartiere, che ha avuto una forte immigrazione di persone provenienti da tutta Italia, oggi vorremmo raccogliere la sfida dei nuovi arrivati, famiglie italiane e straniere, nuovi modi di trasmettere la fede, e vorremmo anche dare visibilità al quartiere attraverso le associazioni.

Cagnola: un piccolo gregge e la Chiesa in uscita

«Il nostro Decanato comprende sette parrocchie – dice invece don Carlo Azzimonti, responsabile della Comunità pastorale San Giovanni Battista e decano della Cagnola -: Santa Marcellina e Sacro Cuore alla Gagnola (che con la chiesa di San Giuseppe alla Certosa sono riunite nella Comunità pastorale di San Giovanni Battista), Santa Cecilia, San Gaetano, Gesù, Giuseppe e Maria, San Martino in Villapizzone e la Certosa di Garegnano. Per un totale di circa 55 mila abitanti, con una prevalenza di ceto medio. Villapizzone è il quartiere più popolare, con la presenza anche di alcuni nomadi. Mentre in ogni parrocchia ci sono sacche di povertà e un buon numero di immigrati, soprattutto nordafricani, filippini, cinesi e sudamericani. Le parrocchie sono mediamente vivaci, con diverse attività culturali e servizi per i poveri: tra cui il Centro culturale San Gaetano, la Casa di Gastone per l’accoglienza dei senza fissa dimora e la Casa Mar a Villapizzone che ospita fino a 10 uomini in difficoltà abitativa».

Come vi siete preparati alla Visita pastorale?
Abbiamo innanzitutto dedicato una riflessione all’interno del Consiglio pastorale decanale sulla situazione delle nostre parrocchie, per preparare le domande da porre all’Arcivescovo. Una commissione mista, formata da sacerdoti e laici ha poi elaborato le domande che, salvo alcune modifiche, sono poi state fatte proprie dal Consiglio pastorale decanale. A fine settembre c’è stata una veglia di preghiera con il Vicario episcopale monsignor Faccendini: con lui abbiamo riflettuto sui “Pilastri di vita della Comunità” e abbiamo cercato di comprendere il senso e il significato di questa Visita.

Quali le sfide per il futuro?
Alcune emergono dalle stesse domande che presenteremo giovedì sera. Innanzitutto la presa d’atto di essere un piccolo gregge e dunque quali atteggiamenti spirituali, quali occasioni di rilancio e di missionarietà possono essere necessari in questo contesto. Nel nostro Decanato c’è una forte presenza di immigrati, che a me piace chiamare “nuovi milanesi”: perciò ci poniamo il problema di come integrarli nella vita ecclesiale, al di là delle iniziative caritative presenti nelle singole parrocchie per l’accoglienza. Da noi si pone anche la questione del peso delle strutture, cioè del mantenimento gravoso degli edifici, e quindi viene spontaneo domandarci come conciliare le energie economiche con l’apertura e la missione di una Chiesa in uscita, capace di guardare al di fuori. C’è inoltre la necessità di stimolare i laici a essere più corresponsabili alla vita delle parrocchie: i momenti di formazione non sono sempre accolti, vissuti e valorizzati dai laici. Siamo stati molto colpiti poi dal numero 200 dell’Evangelii Gaudium, dove si dice: «La peggiore discriminazione dei poveri è la mancanza di attenzioni spirituali». Siamo infatti abituati a preoccuparci soprattutto dei bisogni materiali. Sul fronte della liturgia ci siamo resi conto di una scarsa partecipazione di ragazzi, adolescenti e giovani. Forse perché pensano che questa celebrazione sia troppo noiosa: ci chiediamo quindi come potremmo comunicare la gioia della fede ai giovani, magari in modo più semplice e immediato.

 

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