Il cardinale Scola ha aperto, in colloquio con lo storico Ernesto Galli della Loggia, la Giornata di riflessione «Che c’è di nuovo in città. Dialoghi sulla prossimità». L’incontro è stato promosso dalla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale in vista di Expo 2015

di Annamaria BRACCINI

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«C’è qualcosa di nuovo che è arrivato e che non abbiamo ancora inquadrato.  Esiste un’interiorità che palpita molto ma fatica a progettarsi e un esterno della città incalzante che si progetta, ma palpita poco come si evidenzia nella politica, nell’architettura o nell’economia. O ci giochiamo insieme, con le nostre migliori energie, al fine di comprendere la tensione tra “interiore ed esteriore” della città, tra palpitare e progettare, o non si sa quale macchina ne prenderà la regia». Dice così monsignor Pierangelo Sequeri, preside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, introducendo la Giornata di riflessione che la Facoltà, appunto, dedica a “Che c’è di nuovo in città. Dialoghi sulla prossimità”, in vista di Expo.  

Ad aprire la nutrita serie di incontri e dibattiti al Teatro dell’Arte della Triennale, c’è il cardinale Scola che dialoga con lo storico Ernesto Galli della Loggia su “Ultime notizie riguardo a Dio. La circolazione del discorso religioso nella città mercato”.

Tema subito affrontato da Galli della Loggia, partendo dall’osservazione preliminare che «nel destino del cristianesimo, fin dall’origine, ci sia la città, Gerusalemme, Atene e Roma, queste ultime come sedi del patrimonio culturale e della politica E, ciò, fino al momento drammatico della rottura, quando la città diviene un luogo industriale e borghese in cui il cristianesimo sembra ritirarsi».

Una visione delle cose in cui Milano, città del mercato, racconta una sua storia molto particolare: «dove il fiorire delle attività si è sposato molto bene con un ceto di forte impronta cattolica per cui la Chiesa ha continuato ad avere una grande influenza».

Ma è qui che si innesta il problema attuale, perché «c’è una nuova Milano, che non più è la città- mercato, ma qualcosa di diverso che rappresenta una sfida grave e difficile per il cattolicesimo teso a mantenere il proprio ruolo». È la Milano che tutti conosciamo, quella di oggi: la “città smart” «un crogiolo all’insegna della finanza e della creatività, che non produce poveri, ma “sconnessi” come chi non possiede il computer. Una metropoli, di cui Milano e l’esempio più evidente in Italia, sempre pronta a rilanciarsi, magari con il grande evento, ma che dimentica i cittadini e i loro bisogni. Una città vuota, perché non ha più un’anima, in cui si rende evidente il collasso dei centri storici come elementi vivi della collettività».

Da qui la domanda: «se il messaggio sociale della Chiesa, inaugurato con il Concilio, sia ancora adatto all’oggi, laddove la “smart city” ha forse più bisogno di un discorso religioso legato al trascendente e alle questioni base della vita e della morte».

«Stiamo tutti camminando a tentoni in questo passaggio di millennio e, credo, che la parola più adatta per descrivere la metropoli e le terre ambrosiane sia la frammentazione, un concetto che caratterizza lo stadio della nostra cultura a livello della persona singola – pensiamo ai ragazzini che già attraversano ogni giorno più compartimenti stagni – e di collettività», spiega il Cardinale.

E se, nota ancora l’Arcivescovo, «Il cristianesimo resta una maggioranza di popolo, ma a forte minoranza culturale, semmai è questo il problema, non la leggenda falsa, metropolitana e giornalistica, delle Chiese che si svuotino» .

La questione è, semmai, come “tenere insieme facce diverse”  in una città che si presenta «con una  marginalità a geometria variabile, dove non esistono quartieri ghetto, ma aree di degrado distribuite “a macchia di leopardo” in tutto il contesto urbanistico». Chiara e senza mezzi termini la risposta all’interrogativo: «Milano ha bisogno di un’anima nuova nel senso letterale della parola, che dia unità all’io».

Condividendo la definizione della realtà milanese come “smart city” – «in cui la relazione non è più quotidiana, la piazza non è più un luogo vitale» – il richiamo del Cardinale è, allora, a un ancoraggio dell’annuncio di fede, «un ritorno all’antico da rigiocare continuamente nella nuova terra». «Da questo punto di vista – scandisce, infatti – la proposta cristiana è chiamata a ritrovare la potenza e la forza non solo dei suoi inizi storici, ma della Buona Novella»

L’esempio è papa Francesco, «capace di offrire, con linguaggio immediato, il Vangelo, con la preferenza per la categoria teologica dei poveri». 

Laddove «la “diceria” di Dio è inaffondabile, il senso della fede cristiana è riproporre Dio, mostrando la sua familiarità, che è Misericordia, nei confronti dell’umano. Questa familiarità è l’evento di Gesù Cristo. Di Dio non si può conoscere tutto, ma quello che di Dio si può conoscere lo possono conoscere tutti. Dobbiamo mostrare questa familiarità di Gesù a ogni livello dell’esistenza».

D’altra parte, cosa meglio della comunione cristiana può illustrare la bellezza dell’io in relazione?  «Tutti i fenomeni imponenti di bene, come la carità e l’educazione, fino ai più deboli, come la cultura, diventano strade attraverso le quali il Suo essere via verità e vita rincomincia si mostra. Ma il primo atto è il porsi dl soggetto. Il rinnovamento del cristianesimo ambrosiano passa da qui e il sensus fidei del popolo lo ha intuito molto di più dei cristiani militanti e dei chierici».

Ma il mondo laico è interessato e in che modo a tale dell’anima della città?, si chiede ancora monsignor Sequeri girando l’interrogativo ai relatori.

«Sì, la domanda interessa», secondo Galli della Loggia, «ma la Chiesa deve prendere coscienza del primario tema del senso del destino umano, l’unico che unifichi le tante scene del mondo dalla Savana africana al centro di Stoccolma. Tuttavia, questa è proprio la riflessione che ha Chiesa fa fatica a compiere perché dominano mode culturali pressoché invincibili, anche al suo interno».

«Sul tema del senso – riflette Scola – voglio dire che, nella realtà ecclesiale milanese, un lavoro è in atto. La condiscendenza al pensiero dominante, che testimonia la difficoltà a comunicare l’esperienza di senso che la familiarità di Dio consente, ha radici che meriterebbero di essere ben comprese, avendo a che fare, per i cristiani, con il nostro stesso stile di stare insieme. Stile che propone un’infinita quantità di opere ma senza il riferimento chiaro sul “per Chi” tutto questo si fa. Questa è una mancanza di coscienza della vera dimensione della testimonianza, che non è il semplice buon esempio».

Insomma, è questo il lavoro pedagogico e culturale su cui insistere, anche perché il fallimento della secolarizzazione, dimostrato dal ritorno di quello che il Cardinale  definisce un “sacro selvaggio” non significa affatto un ritorno al “religioso”. «Il compito dei cristiani nella Milano di oggi sia il coraggio della proposta di Cristo in ogni ambito», conclude l’Arcivescovo.   

 

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