Il Cardinale, nella sua visita per i cinquant’anni di consacrazione della Chiesa Santa Croce, sottolinea la necessità di nuovi rapporti basati su Cristo anche in terre come quella lombarda, di grande tradizione

di Annamaria BRACCINI

Gazzada

Il cielo è grigio, incerto sopra Gazzada ma, davanti alla parrocchia Santa Croce, i palloncini colorati, le magliette dei bambini e dei ragazzi, degli animatori dell’oratorio, illuminano di un grande sole il sagrato affollatissimo. È l’accoglienza per il Cardinale che, con la Celebrazione eucaristica che presiede nella Festa patronale, festeggia anche i cinquant’anni della chiesa e incontra i sacerdoti del Decanato di Azzate.
Dopo il canto solenne dei 12 Kyrie, è il parroco, don Angelo Fontana, a ricordare il cinquantennio della chiesa, consacrata da monsignor Giuseppe Schiavini il 5 settembre 1963, e il ruolo dell’Unità pastorale di Gazzada, Schianno e Lozza.
«Un camminare insieme dal 2007 – sottolinea – vissuta nel rispetto delle differenze delle nostre comunità, ma anche nella consapevolezza che deve iniziare una nuova fase puntando di più sui giovani, sulla vita comune per tutte per tutte le fasce d’età, su una maggiore visibilità nel campo civile».
L’inizio dell’omelia dell’Arcivescovo, di fronte a centinaia di fedeli, ai sindaci, alle molte autorità, tra cui il governatore lombardo, Roberto Maroni, nativo di Lozza, è quasi una risposta a tanto entusiasmo e attivismo ecclesiale.
«Papa Francesco insiste molto su un tipo di cultura che ha valore universale, capace di coinvolgere anche chi dice di non credere: la cultura dell’incontro. Quando visito le comunità tocco con mano appunto questa cultura che, soprattutto nella società mass mediale in cui il ’faccia a faccia’ si fa più raro, è fondamentale. Per questo la visita al popolo è di gran lunga l’attività a cui l’Arcivescovo predilige, perché è fonte di energia per il suo ministero episcopale non sempre facile». Anche per una Parola di Dio che non rimanga astratta vale tale la cultura «perché nella Scrittura, Cristo ci viene incontro e ci parla in maniera diretta».
In un mondo, come l’attuale, sempre più tentato dall’idolatria, con stili di vita e obiettivi che sono la falsificazione di Dio – il danaro, il potere, la lussuria, tipici idoli di civiltà in declino –, occorre ricuperare un fondamento certo, indica il Cardinale.
«Questa terra ha una grande storia, non rinneghiamo la grande tradizione della nostra Lombardia, ma è certo che anche noi, per la stanchezza che attraversa le terre d’Europa, possiamo rischiare l’idolatria».
Il pensiero va all’Epistola di Paolo ai Galati, appena proclamata. «Di fronte alla nostra fragilità, ecco il grande richiamo di Paolo ’guarda a Gesù Cristo’ che, da innocente assoluto, ha dato la sua vita perché noi incontrassimo la giustizia».
«“Io ma non più io” – come disse Benedetto XVI – vuole dire che Cristo vive in me come fondamento di rapporti nuovi. La vita morale del cristiano consiste nel riprendersi continuamente, non nell’impeccabilità. Tutti noi possiamo sbagliare, ma se Cristo vive in noi, se non siamo concentrati solo narcisisticamente su noi stessi, allora si realizza il principio di cambiamento nel rapporto con i figli, tra i coniugi, con i fratelli della comunità, con i membri di questa ricchissima società civile, nella gestione della vita politica dei nostri paesi. Bisogna sempre guardare il positivo, avere il coraggio della ripresa, nel riconoscimento dei nostri limiti e nella richiesta del perdono. Se io per primo sono in relazione con Cristo divento nodo di una rete di rapporti buoni che cambiano la comunità cristiana e incidono nella comunità civile».
Una ’visione rinnovata’, che si fa ancora più importante nella nostra società contemporanea, «perché l’Italia, le nostre famiglie, le generazioni intermedie, i nostri giovani ritornino a essere il cuore della comunità civile».
E se questo è il significato per tutti, della proposta pastorale ’Il campo è il mondo’, la sfida per i credenti è aperta.
«Guardiamo ai nostri piccoli conflitti quotidiani privati, alle dialettiche pubbliche come pure a quelle politiche, solo il rapporto di amore autentico dà la forza di riconoscere che sbagliamo. Siamo fragili quando rimaniamo in solitudine, diventiamo capaci di proposta e di una vita di pace e di compimento di felicita quando viviamo immersi in relazioni buone a tutti i livelli. Questo è l’uomo che sta in pace e che ha futuro perché è vivo nel presente».
Da qui il senso della presenza della Chiesa nella storia, «garantire questa nuova possibilità di rapporto che ci permette relazione con Dio, con il prossimo, con noi stessi».
In conclusione c’è ancora tempo, prima della festa, di una auspicio dell’Arcivescovo:: «Vi incoraggio a continuare specie nei cammini dell’azione educativa e per i giovani, nella molteplicità di iniziative che, unitamente alla grande quantità di associazioni presenti su questo territorio, ne fanno la società civile più ricca di Europa. Una ricchezza, di cui forse non siamo ancora pienamente consapevoli e che è necessario valorizzare».

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