L'Arcivescovo in Bicocca con il filosofo Natoli ha discusso di ricerca e libertà. «Nelle aule deve essere preso in considerazione l’umano tutto intero»

di Filippo MAGNI

scola bicocca

Non sono bastati i 930 posti a sedere dell’aula magna dell’università Bicocca per contenere il desiderio degli studenti di incontrare il cardinale Angelo Scola.
Decine di ragazzi si sono infatti accomodati sui gradini o hanno seguito l’incontro in piedi. A questi si aggiunge anche chi ha partecipato grazie allo streaming di chiesadimilano.it e unimib.it.
Un’affluenza dovuta all’autorevolezza di Scola e del prof. Salvatore Natoli che ne ha introdotto l’intervento. Ma anche al felice titolo dell’incontro (“Ricerca di libertà. L’università come risorsa”), particolarmente affascinante per un giovane impegnato negli studi e al debutto nella vita adulta.
Ricerca e libertà i due tasti su cui ha battuto l’Arcivescovo. «Dietro alla parola ricerca – ha esordito – si trova la ricerca di sé, il compimento dell’io, la felicita. E questo domanda un’apertura oggettiva all’altro, all’oltre, a ciò che è oltre rispetto a me” e permette di tendere all’infinito “che da solo non posso darmi”».
«In altre parole – ha aggiunto citando Pasolini – la bellezza passa “sul deserto delle nostre strade, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio". E la libertà entra in gioco – ha proseguito – come “mezzo necessario per il compimento di questo desiderio di infinito”».
Ricordando il suo affetto per l’Università, istituzione cui ha dedicato 40 anni di insegnamento, l’arcivescovo Scola ha espresso l’auspicio che sia «una risorsa decisiva, un’occasione per la maturazione profonda della persona non limitata alla sola ricerca intellettuale e personale, ma aperta all’uomo nella sua interezza. L’umano tutto intero deve essere preso in considerazione in queste aule».
Ma oggi l’università, a detta del cardinale, si trova di fronte al problema della verità. «La domanda sulla verità – ha ammonito – è stata relegata ai margini dalla modernità. Basta pensare all’uscita della teologia dalle aule e alla marginalizzazione della filosofia, che si ferma sempre più alle filosofie seconde e non va al cuore della verità».
«In questo senso diventa fondamentale, – ha proseguito – capire che non si può accogliere e riconoscere la verità senza l’implicazione della propria libertà».
Un tema affrontato anche da Papa Francesco nell’enciclica Lumen Fidei, nel passo in cui cita l’invito di Nietzsche alla sorella a scegliere tra fede (e felicità) o verità (e indagine). «Questa contrapposizione – ha spiegato l’Arcivescovo – è qualcosa su cui dovete interrogarvi. Perché senza la profondità di pensiero di Nietzsche diventa una riduzione molto diffusa nella nostra società. C’è una sorta di sottinteso secondo cui, per raggiungere la libertà, la verità deve mettere tra parentesi la fede».
La risposta è «inserire nel binomio libertà-verità la dimensione dell’amore. La libertà si lasci coinvolgere in modo struggente dalla presenza dell’amore che si impone. Questo muove l’effettiva ricerca».
Il travaglio che stiamo attraversando in questo periodo, ha concluso Scola accennando anche alle sempre più avanzate ricerche sul genoma umano, «esplicita il bisogno che l’università sia un luogo dove il desiderio di verità sappia accogliere l’abbraccio della libertà. Una realtà che si chiama Dio: non è un’astrazione, ma un presente vitale”. A partire dal qui “l’università può diventare il paradigma della vita buona e può dare contributo all’edificazione della vita buona nella società plurale in cui siamo chiamati a vivere».
L’intervento di Scola è stato preceduto dai saluti del rettore della Bicocca, Maria Cristina Messa, di don Bortolo Uberti, cappellano dell’Università Statale e di mons. Pierantonio Tremolada, Vicario episcopale per l’evangelizzazione. Quest’ultimo ha definito l’Università come «luogo dove si coltiva il sapere e si fa cultura, si impara ad apprendere positivamente la realtà, a edificare la società. Luogo dove le generazioni scambiano il meglio di se stessi».
Una nota, quella dello scambio generazionale, affrontata anche da Salvatore Natoli, docente di Filosofia. «La libertà risiede principalmente e in prima battuta nella problematizzazione dell’autorità. Della tradizione. Non si tratta di combatterla, ma di confrontarsi, porre domande di legittimità».
Perché la tradizione deve essere problematizzata ma non annullata, ha aggiunto, «sennò si è privi del terreno su cui appoggiare il piede. Ecco perché nell’università non si può che ricercare insieme. Il maestro enuncia e pone problemi e insieme si cercano soluzioni».
Con uno sguardo che sappia «osservare come straordinario ciò che è ordinario. Ciò che fece Newton nel celebre aneddoto della mela caduta dall’albero” dalla quale sarebbe iniziato lo studio della gravità. La ricerca non può avere fine perché la scienza è sempre un passo avanti, ha affermato Natoli. Citando poi un’interpretazione medievale di un classico passo di Qoeleth, il filosofo ha concluso: Dio ha posto nel cuore dell’uomo le tenebre perché l’uomo, per quanto sappia, non può mai congiungere l’inizio con la fine. Consapevole che la potenza senza finitezza diventa delirio di onnipotenza. Mentre la finitezza senza consapevolezza di potenza è impotenza».

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