Il Discorso alla città pronunciato dall’Arcivescovo alla vigilia della festa di Sant’Ambrogio: al centro un nuovo umanesimo, con l’uomo inteso non come individuo singolo, ma come soggetto in relazione

di Pino NARDI

«Rimettere l’uomo al centro, l’umanesimo». È il cuore del Discorso alla città che il cardinale Scola ha pronunciato nella Basilica di Sant’Ambrogio davanti alle autorità civili, economiche, militari e religiose di Milano e della Diocesi.

L’Arcivescovo ha sottolineato che la «centralità dell’uomo non significa che da lui tutto abbia origine e in lui tutto trovi destinazione. Una tale lettura prescinde dall’insegnamento costante della Sacra Scrittura, secondo il quale l’uomo non è un individuo isolato, ma un essere in relazione».

Dunque, quale nuovo umanesimo per l’uomo di oggi? «Sarà in termini originali un umanesimo del “dono di sé” da parte di ogni uomo e di ogni donna, attraverso il loro essere costitutivamente in-relazione. È quindi ultimamente fuori luogo parlare di postumanesimo (lasciare alle spalle l’umanesimo o di transumanesimo (attraversare l’umanesimo per approdare alla cosmovisione della civiltà tecnica e delle reti). Il nuovo umanesimo scommette sull’io-in-relazione rinunciando all’illusione di un io ridotto al suo proprio esperimento».

L’orizzonte del Cardinale si punta su Milano e le terre lombarde, andando a cogliere la peculiarità di una storia e di una cultura dalle grandi tradizioni: «L’umanesimo lombardo come fattore fecondo di cultura e di socialità, capace di solido realismo e di duttile apertura. Un umanesimo dalle radici teocentriche, sempre attento all’uomo “intero” e non solo alle sue esigenze spirituali o soltanto a quelle materiali e sociali». Detta in altri termini, «un autentico umanesimo della responsabilità: piedi per terra e sguardo volto al cielo».

Significative le vicende milanesi e lombarde dal dopoguerra in poi: una tradizione che «ha consentito a Milano di affrontare impegnative trasformazioni sociali ed economiche, mettendo a frutto le sue risorse culturali di fondo, quali lo spirito innovativo, l’operosità, la capacità d’iniziativa applicata ai più diversi campi, compreso quello della condivisione dei più bisognosi. Sono queste virtù morali e culturali che hanno reso Milano una città solidale, aperta a tutti, capace di accogliere e integrare le diversità, sempre nell’orizzonte della centralità della persona».

Eppure qualcosa si spezza, e le conseguenze giungono fino ai nostri giorni. La cesura è «la fase della cosiddetta “Milano da bere” con la prospettiva del “guadagno facile” – ha sottolineato Scola -, reso possibile proprio dalla finanziarizzazione dell’economia che mostrerà il suo volto perverso con la grande crisi del 2008, i cui effetti sono tuttora, amaramente, evidenti (si pensi al problema del lavoro e della casa, alla diffusione dell’illegalità, all’impotenza della politica…)».

Una critica che va in profondità, andando a cogliere gli elementi fondamentali che tanto hanno segnato la vita milanese negli ultimi 30 anni: «Proprio lo stile di vita della “Milano da bere” – favorito anche dallo sviluppo delle televisioni commerciali e dei mezzi di comunicazione intesi come “industria culturale” – è diventato il brodo di coltura entro il quale ha preso avvio un processo distorsivo dei meccanismi di riproduzione del capitale sociale e culturale della città che, al di là di ogni giudizio storico o politico, ha trovato drammatica espressione nella vicenda di Tangentopoli».

Quella stagione ha lasciato «in eredità una oggettiva situazione di grave frammentazione. Milano e le sue terre sono alla ricerca di una nuova anima, capace di fondere in unità i numerosi e significativi frammenti di vita buona che nell’area metropolitana si accompagnano a pesanti contraddizioni».

Quale ruolo dovrà avere il nuovo umanesimo? «Chiede di accompagnare la vita di tutti i giorni – ha risposto Scola -. Si tratta di amare e generare, di lavorare e di riposare, di educare, di condividere gioie e dolori, di entrare nei processi storici, di accompagnare e prendersi cura della fragilità, di promuovere la libertà e la giustizia».

In una società in grande trasformazione – sempre più meticcia per l’arrivo dei popoli da tutti i contenenti – e in una stagione del «disincantato verso le grandi narrazioni e le ideologie convenzionali», l’uomo post-moderno rischia di accomodarsi nel proprio “io” narcisistico, più forte dei suoi dubbi che delle proprie certezze».

Scola ha posto la questione rapporto tra diritti e doveri «che è alla base di buone leggi. A un’esasperata percezione dei diritti individuali, ogni desiderio soggettivo è tendenzialmente considerato un diritto. Questo spiega il paradosso per cui una conclamata domanda di libertà finisce per impigliarsi in un reticolato sempre più fitto di leggi. Senza il legame organico tra diritti-doveri-leggi, la sacrosanta esigenza di giustizia e di eguaglianza – che comporta il combattere la corruzione, la tecnocrazia e il burocratismo – si trasforma in astrazione o finisce per cadere nell’ideologia».

Ribadita la centralità della famiglia, l’Arcivescovo ha sottolineato il dramma della mancanza di lavoro indicando qualche via d’uscita. «La Milano delle imprese sociali, del non profit, salutare complemento della Milano della produzione e della finanza, può indicarci nuove e feconde prospettive. La solidarietà e la sussidiarietà, che appartengono al Dna del cattolicesimo lombardo, hanno inventato modalità originali ed efficaci per affrontare e risolvere i più svariati bisogni sociali». E di fronte alle fragilità e alle sofferenze occorre «“pensare” il nesso tra carità e cultura».

Ai cristiani e a tutti coloro che vivono nella realtà frammentata chiede la testimonianza della vita buona, lanciando una proposta. «Anche a livello civile, nel pieno rispetto della società plurale, è la strada per condividere con tutti gli uomini e le donne una tenace proposta di amicizia civica, tesa a concorrere all’edificazione di un nuovo umanesimo in grado di dare forma alla nuova città metropolitana. Vorremmo, a questo scopo, proporre in un futuro prossimo una iniziativa dal titolo, ancora provvisorio, Dialoghi di vita buona. Occasioni emblematiche di ascolto, di lavoro e di condivisione con quanti lo vorranno». 

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