Sua Beatitudine, il cardinale Mar Béchara Boutros Rai, patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente, ha presieduto, alla presenza dell’Arcivescovo, la Divina liturgia in occasione dell’inaugurazione del Servizio pastorale per la Comunità maronita libanese nella chiesa di Santa Maria della Sanità

di Annamaria BRACCINI

Santa Maria della Sanità_Maroniti

«Un gesto che comunione che è un dono non solo per chi lo riceve, ma anche per la Chiesa ambrosiana che lo compie, perché apre ancora di più Milano e la nostre terre all’universalità». La sintesi più bella e comunionale della mattina che vede l’inizio del Servizio pastorale e liturgico nella chiesa di Santa Maria della Sanità, destinata d’ora in poi, ai fedeli di rito maronita, viene, nelle parole del cardinale Scola, dalla consapevolezza di vivere ormai in una società plurale dove costruire insieme il futuro è possibile. Anzi, è necessario soprattutto per gli uomini di religione e la gente che «in ogni luogo onora il Signore Gesù», come dice Sua Beatitudine il cardinale Mar Béchara Boutros Rai, patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente, che presiede il Rito alla presenza dell’Arcivescovo.

«Una tappa fondamentale della Comunità libanese che ci chiede di mantenere forti le nostre radici mediorientali, in un’epoca e in cui si cerca di cacciare dalle nostre terre non solo i cristiani, ma Cristo stesso», nota, nel suo saluto iniziale, il sacerdote Josef Däif, responsabile del Ministero pastorale in Santa Maria della Sanità, che parla «di proficua collaborazione con la Chiesa che è in Milano».

Monsignor Carlo Faccendini, vicario episcopale della Zona I, legge l’atto formale con il quale «si erige la Missione con cura d’anime per i fedeli cattolici di rito maronita della Chiesa Siro-antica in Santa Maria della Sanità», in apertura della Divina liturgia concelebrata da Vescovi e presbiteri tra cui François Eid, vicario patriarcale a Roma, già vescovo maronita di Egitto, monsignor Toni Gebran, cappellano della Comunità maronita di Roma e vice rettore della Procura patriarcale presso la Santa Sede, monsignor Marud Nasser Gemayel vescovo maronita di Francia e Visitatore apostolico per i Maroniti, monsignor Elias Nassar vescovo della Diocesi di Sidone in Libano, monsignor Maurizio Malvestiti, attuale vescovo di Lodi e a lungo impegnato nella Congregazione per le Chiese Orientali. Non mancano rappresentanti del mondo ortodosso, quali la Chiesa copta.

Molta la gente che si riunisce, per l’occasione, sotto la particolare architettura della chiesa di via Durini, detta per la sua peculiare forma, “El Viulùn”. In prima fila ci sono autorità civili, tra cui il console generale del Libano a Milano, Walid Haidar e i “colleghi” di Germania, Portogallo, Kuwait, Egitto, Armenia, Costa d’Avorio, Ungheria, Sudafrica, a testimoniare l’importanza dell’evento, cui la solennità della tradizione antiochena offre ancor più suggestione. Le diverse lingue che si alternano tra canti, invocazioni, proclamazione della Parola di Dio, ne sono come l’emblema: l’aramaico, nella sua specifica fonìa siriaca (lingua specifica della liturgia maronita), l’arabo, l’italiano si fondono in una sorta di concerto che bene esprime il dialogo e l’amicizia tra «le nostre Chiese», oltretutto in un giorno speciale per il calendario liturgico dei Maroniti, come sottolinea nella sua omelia il Patriarca: «Oggi ricordiamo l’Annunciazione a Maria, da cui prese inizio il Vangelo di salvezza come ci ricorda papa Francesco nella sua ultima Esortazione apostolica Evangelii Gaudium. E anche noi vogliamo rallegrarci in modo particolare per l’inaugurazione della Missione parrocchiale della nostra Comunità».

Il ringraziamento «di cuore» va al cardinale Scola, amico personale del cardinale Rai che dice, appunto: «Grazie ancora Eminenza per la sua generosità e per la presenza nella divina liturgia».

Poi un monito affettuoso rivolto dal Pastore direttamente ai “suoi” fedeli libanesi e orientali: «Qui svolgerete la vostra vita liturgica e sacramentale, qui nutrirete la vostra fede cristiana, secondo il patrimonio teorico-disciplinare e spirituale della fede antiochena, qui educherete i vostri figli e da qui uscirete più ricchi di valori per, a vostra volta, arricchire la società milanese che vi accoglie così generosamente. Fate della vostra Comunità parrocchiale una Comunità di gioia evangelica, portatrice della Buona novella che viene dal Signore, con la sua multiforme dimensione. Non vi è di più bello che fare della propria vita un annuncio della gioia evangelica».

E, riferendosi, alla giornata del 22 novembre appena trascorsa, festa molto sentita dell’indipendenza del Libano – sancita nel 1943 –, il Patriarca richiama la drammatica situazione del presente mediorientale: «Vi invito a pregare per la stabilità del Libano, per la sua unità, perché esca dalla crisi economica, politica e sociale, ma preghiamo anche per la pace in Siria e in Iraq».

In un luogo e in giorno pienamente mariani, l’affidamento non può che essere alla Madre del Signore: «Affidiamo a Lei i nostri popoli, domandandole di colmare i nostri cuori della vera gioia che sgorga dal cuore di Gesù. Chiediamo a Maria della Sanità di sanare le ferite, soprattutto di coloro che sono espulsi dalle loro case».

Poi, l’Anafora dei Dodici Apostoli in arabo, con lo scambio della pace, la Preghiera dei fedeli nei differenti idiomi – una significativamente è letta da un rifugiato iracheno che chiede pace e giustizia – con l’aramaico allo spezzare del pane e la comunione data anche dall’Arcivescovo, che infine prende brevemente la parola. «Penso che questa bellissima divina liturgia, alla quale abbiamo avuto la possibilità di assistere, rappresenti l’espressione più bella e chiara del gesto che la Chiesa ambrosiana ha compiuto nell’affidare questo luogo di culto alla Comunità maronita libanese e mediorientale che vive a Milano. Nella grave prova che il Medioriente sta attraversando, noi vi siamo grati per l’energia con cui volete restare nelle benedette terre nelle quali ha camminato Gesù e da cui la Buona novella del Vangelo è giunta fino a noi. In un tale contesto, il dono lo riceve Milano che si spalanca all’universalità, pur nella grande fatica ad accogliere la società plurale dove diverse visioni del mondo si incontrano e si scontrano. È il dono di una capacità di apertura e sintesi di cui abbiamo bisogno poiché dobbiamo vivere la pluriformità nell’unità, costruendo il milanese e l’europeo nuovo attraverso la comunione tra le Chiese, con i fratelli cristiani, con gli ebrei e il tentativo di dialogo con i musulmani. Questo sentiamo come impegno perché i terribili focolai di guerra in corso siano sconfitti».

E, infine, i doni reciproci, quando la festa già attraversa e contagia l’intera Comunità: mentre il cardinale Scola offre al Patriarca la riproduzione della croce del nono secolo inserita nell’altare aureo di Volvinio, in Sant’Ambrogio, gli amici maroniti, non più ospiti, ma “ambrosiani”, donano un set di posate proveniente da Jezzine, città nota in tutto il mondo per l’arte antichissima del cesello.

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