La cosiddetta “erosione” del cattolicesimo è uno dei temi trattati nella conversazione con l’Arcivescovo emerito contenuta in «Preso a servizio», il nuovo volume edito in occasione dei suoi 50 anni di sacerdozio

Il card. Scola incontra il mondo della cultura
Il cardinale Angelo Scola

Pubblichiamo uno stralcio dell’intervista curata da Annamaria Braccini contenuta nel nuovo volume del cardinale Angelo Scola Preso a servizio.

Nell’introduzione alla nuova edizione della sua autobiografia Ho scommesso sulla libertà – dal titolo Quale futuro per i cristiani? -, lei parla di un’innegabile erosione del cattolicesimo. È un fenomeno irreversibile, almeno a breve e medio termine?
Anzitutto, intendevo riferirmi alla situazione dell’Italia e dell’Europa perché, come sempre, questi dati statistici variano molto a seconda dei continenti: diverse sono le condizioni dell’Africa; in Asia, ad esempio, all’interno delle stesse Filippine, un Paese tradizionalmente cattolico, si registra adesso un calo, mentre invece continua la crescita in Corea; gli stessi Stati Uniti, dal punto di vista religioso, sono in crescita. Ciò che mi interessava era attribuire al termine “erosione” un contenuto: quello relativo a una consapevole partecipazione eucaristica domenicale fondata su un incontro con Cristo vivo e presente, da cui discende una vita intesa come vocazione, come chiamata del Signore a testimoniare la bellezza e il compimento umano che si trova nella fede. Per quanto riguarda il futuro, penso che dobbiamo lavorare con molto vigore ed energia, offrendo noi stessi dall’inizio della vita fino al passaggio alla fase definitiva e finale, ma dobbiamo lasciare alla Provvidenza, che ha delle armi insospettabili, l’evoluzione delle cose. Cito sempre l’esempio dell’Africa del nord che, alla fine del terzo/quarto secolo, in piena eresia, si dice che avesse centinaia di monasteri, mentre ora ci sono circa cinquantamila cattolici che vengono per lo più dall’Europa per motivi di lavoro. Quindi, credo che non si possa dare una risposta a questa domanda, ma bisogna che ognuno si assuma la sua responsabilità testimoniale, comunicando, nella propria vita, la bellezza dell’incontro con Cristo.

Contrariamente a una certa vulgata, peraltro molto di moda oggi, lei afferma che non si tratta di una crisi derivante dalla protestantizzazione del cattolicesimo, ma di una sua mondanizzazione. In che senso?
L’idea di mondanizzazione è stata coniata da Henry De Lubac già molti anni fa nel volume Meditazioni sulla Chiesa ed è stata ripresa anche da papa Francesco. Non è un problema di dottrina, ma semmai, di un umanesimo sottile e insidioso che non è tanto – diceva De Lubac – avversario di Dio, quanto piuttosto avversario del Dio vivente, di Gesù Cristo presente qui e ora. Un umanesimo che è anche disposto a parlare di Dio, ma che elimina la questione centrale che è Cristo, divenendo spesse volte, in maniera magari non evidente, nemico dell’umanità e anche di se stesso. Questo è stato detto con molta chiarezza da papa Benedetto quando osservò che l’Europa stava tagliando il ramo dell’albero su cui è seduta.

Friedrich Nietzsche diceva che avrebbe più facilmente creduto al cristianesimo se avesse visto cristiani felici. Il lamento, la contrapposizione, i pregiudizi ci rendono poco credibili?
Bisogna dire che Nietzsche aveva ragione. Questo è un male di lunga data nella Chiesa che coinvolge giovani e anziani e che è legato a una concezione e, soprattutto, a una pratica del cristianesimo non vissuta come l’assunzione delle circostanze e dei rapporti che ogni giorno la Provvidenza ci invia, siano essi belli o brutti. Nelle parrocchie c’è tanta generosità e gente impegnata che fa moltissimo per la parrocchia, ma non è sempre evidente il “per chi” lo si fa, mentre la radice della vita è proprio il “per chi io vivo”. Quindi, spesso, questa generosità è come se non avesse fondamenta, se non potesse durare.

Tra le dinamiche di questa Chiesa che si vanno rendendo evidenti, almeno nel nostro Paese, c’è l’idea di una Chiesa ridotta ad agenzia sociale o a pura religione civile promotrice di istanze etiche. Qual è secondo lei il pericolo più grave?
Essendo due posizioni dialettiche inadeguate alla domanda che il cuore dell’uomo si porta dentro oggi, ed entrambe riduttive dell’avvenimento cristiano, sono pericolose. Personalmente reputo che debba essere accantonata sia la posizione dei cosiddetti guardiani della tradizione che spesse volte ignora il “soggetto popolo di Dio”, sia la visione, diciamo così, di un progressismo mondano che non morde a sufficienza nella carne, cioè sui problemi concreti della vita dell’uomo. L’avvenimento di Cristo è una realtà viva, una presenza contemporanea che io, noi tutti in prima persona, dobbiamo testimoniare perché se l’altro non vede in me il Cristo vivo, inevitabilmente si riduce il cristianesimo a un’ideologia tra le tante. Mentre, come abbiamo già detto, Cristo ha a che fare con tutto e non si può metterlo tra parentesi quando magari si legifera o si prendono decisioni di compromesso.

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