Il Cardinale ha incontrato i Catecumeni che riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana nel periodo pasquale. A tutti ha indicato la forza di una presenza viva, come cristiani, in ogni ambiente dell’esistenza

di Annamaria BRACCINI

catecumeni 2014

«Voi che, come persone adulte di tante nazionalità diverse e che già disegnano la metropoli che Milano sta diventando, dopo due anni di preparazione scegliete con libertà intelligenza e volontà, di aderire a Cristo dentro la nostra comunità, siete un dono e rappresentate un segno di grande speranza. La vostra decisione è tra le prove più forti – se no la più forte – che Gesù è vivo».

Li saluta così, il cardinale Scola, pregando insieme e ringraziandoli. Loro sono i 146 catecumeni 2014 della nostra diocesi. 97 donne e 49 uomini, 42 italiani e 104 stranieri, la maggioranza dall’Albania, che al termine del tradizionale giorno del ritiro comunitario, incontrano presso il Centro diocesano di via Sant’Antonio, appunto l’Arcivescovo, prima di ricevere in serata, in Duomo, durante la Veglia in “Traditione Symboli” il Credo.

E il dialogo, allora, in un’atmosfera di bella cordialità, si fa subito attento, nelle domande che in più tornate pongono dodici giovani che riceveranno nel periodo pasquale i sacramenti dell’Iniziazione cristiana. Accanto al Cardinale siedono il Vicario episcopale, monsignor Pierantonio Tremolada e don Paolo Sartor, che, come responsabile del Servizio per il Catecumenato, presenta i candidati. A otto tra loro, l’Arcivescovo laverà i piedi il prossimo Giovedì santo, gli altri quattro saranno catecumeni in età scolare.

Aurora, albanese, chiede: «Il Vangelo sarà il nostro codice di vita nel futuro. Come relazionarci con persone che hanno altri credi o che, pur cattolici, non lo hanno letto?». Le fa eco la connazionale Adriana, «Come non perdere la fede e come può crescere in futuro?»

Bireca, sempre di provenienza albanese, aggiunge: «Essendo il battesimo un inizio, come la nostra comunità può aiutarci a non cadere nell’abitudine?». E Chiara, origine cinese a Milano da 25 anni, domanda: «Con il cammino di fede si è accesa una fiammella di luce dei nostri cuori, come possiamo mantenere viva questa luce anche nelle tenebre, amando il nostro prossimo e i nemici?».

«Avere incontrato Gesù e porsi la questione di come permanere in questo incontro e di come comunicarlo anche ai molti che vengono da altre terre, fedi e visioni della vita, significa iniziare a “dare del tu” al Signore, facendo esperienza della sua conoscenza», sottolinea il Cardinale, che nota: «È Lui che ha deciso di avere bisogno di noi per rimanere nella storia, quindi l’appartenenza alla comunità cristiana, il vivere insieme, consapevoli di avere in comune il grande dono di Gesù, è la condizione per mantenerci nella fede. E la preghiera liturgica o il semplice fare spazio a Dio in un dialogo a tu per tu giornaliero diventa una condizione privilegiata di tale permanenza viva».

Chiaro – l’Arcivescovo – anche sui timori di poter perdere la fede: «C’e una sola condizione per non smarrirla, crescere in essa, perché ogni realtà vitale se non cresce, muore. Crescere significa coltivare la fede all’interno della comunione fraterna sull’esempio di Gesù che ha dato tutto per noi.

E ciò vale, a maggior ragione, nel momento delle tenebre, della prova fisica, in quella che si sperimenta nelle difficoltà delle relazioni o quando siamo colpiti dal male morale e finiamo nell’oscurità».

Una condizione si realizza spesso, in questo nostro tempo, suggerisce Scola. «In un mondo come quello di oggi che è per alcuni versi affascinante e ricco di molta avventura, è facile perdersi»

Ma proprio qui «abbiamo una grande risorsa, la fedeltà di Gesù. Ricordate che avete iniziato cammino di conversione e che Lui lo porterà a compimento se non vi chiuderete in voi stessi».

Quel Signore che più forte «di ogni tua fatica, confusione, peccato», ma guai «se ti isola e ti estranei».

In gioco c’è qualcosa di grande: la comunicazione della fede da persona a persona, offrendo una testimonianza semplice «tutti i giorni, in ogni ambiente con il comportamento e lo stile di vita».

Gloria, da Milano, dice: «Come, allora, essere testimoni dell’amore che abbiamo conosciuto attraverso il Vangelo?» e Carlo da Busto Arsizio, «come essere cristiani nei tanti fatti della vita?». Francesca, di origine croata, riflette: «Come confrontarsi con chi non condivide la cristianità e in una società dove ci sono tante diversità di valori?», Denise, italo-cecoslovacca: «Come spiegarsi, senza offendere nessuno, se in famiglia non si condividono le stesse convinzioni?»

«Il punto iniziale è la parola amore», scandisce l’Arcivescovo, riunendo idealmente tutti gli interrogativi. «Non si capisce nulla del cristianesimo se non di impara ad amare perché credere in Gesù è la scuola più profonda di amore e l’amore e l’esigenza più potente del cuore dell’uomo. Gesù vi ha chiamato per nome e vi vuole bene. Occorre, quindi, imparare ad amare e continuare in ogni momento, proprio perché Cristo stesso ci interpella con il suo amore ogni giorno nella realtà».

Realtà che è fatta di una trama e di un ordito, «di circostanze e di rapporti. Attraverso le circostanze e i rapporti, il Signore ci chiama a rispondere anche nei momenti più tragici, come la morte».

È questa la testimonianza, «perché il cristianesimo non è una ideologia, ma si comunica attraverso la vita Dobbiamo proporre, con un atteggiamento rispettosissimo della libertà altrui, il perché vogliamo credere raccontando con semplicità la fede. Tanto più una società è cateterizzata da visioni del mondo diverse tanto più vale questo racconto, anche nelle vostre famiglie che magari non capiscono il passo che state compiendo».

È la volta di Sara di Milano, ma con origini arabe: «Al di là della conoscenza, quali sono gli elementi che devono caratterizzare un cristiano?», di Marina, spagnola: «Se nasce qualche incomprensione in parrocchia, che fare?», di Luca da Lacchiarella che chiede: «Nella spaccatura tra la Chiesa e la società, come mantenere la limpidezza e la lucidità della fede originaria, del credere?».

E, in conclusione, Mirella dall’Albania, con una domanda personale per il Cardinale «C’e qualcosa a cui non ha ancora saputo dare una risposta?». Lui risponde subito: «Avanzando nell’età, aumentano le cose a cui non si riesce a dare risposta, ma è precisamente questo il bello della vita, perché il corpo comincia a decadere, ma l’anima e il cuore si dilatano sempre di più»

Il pensiero è anche per la parrocchia «che è la Chiesa tra le case, la realtà di fondo e prima, ma che, se vi sono più sintonie nel fedele con altre realtà, non impedisce, con la libertà dei figli di Dio, di seguire forme di vita cristiana come l’Azione Cattolica o movimenti che devono, comunque, essere riconosciuti dalla Chiesa».

Infine, le ultime osservazioni che sono come una consegna: «La limpidezza del Credo è fondamentale: bisogna cercare di aiutarci nella compagnia cristiana, nella nostra Chiesa che è cattolica e, quindi, abbraccia tutti. Dall’esperienza nasce la conoscenza. Invito a custodie la gioia della vicinanza di Gesù, specie in questi giorni, comunicatela con libertà perché questa gioia e la più efficace di tutte le testimonianze».

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