Il cardinale Angelo Scola ha celebrato l’Eucaristia nell’ambito dei festeggiamenti per i 5 anni dalla fondazione della Comunità pastorale Ascensione del Signore. Don Oneta: «Inizi difficili, ora comprendiamo il valore della Comunità»

di Filippo MAGNI

San Biagio_Monza

La Comunità pastorale Ascensione del Signore ha realizzato anche un sondaggio tra i fedeli, per interrogarsi sui suoi 5 anni. Perché se ogni anniversario è occasione per un bilancio, le tre parrocchie monzesi di San Biagio, San Pio X e Santa Gemma hanno voluto fare le cose in grande per festeggiare il primo quinquennio da che si trovano in comunità.

Un’unione che, nel 2009, non fu accolta con entusiasmo dai fedeli. Non ha difficoltà ad ammetterlo il parroco don Marco Oneta, rivolgendosi all’arcivescovo Angelo Scola all’inizio della celebrazione eucaristica che sabato 24 maggio vede il cardinale sull’altare della chiesa di San Biagio. «Sembrò un atto prematuro – ricorda Oneta -, un obbligo più che un dono. Ma e stata accolta: oggi stiamo capendo, e ancor più capiremo in futuro, che è un dono prezioso per la testimonianza della Chiesa sul territorio». Oltre che uno strumento per «combattere l’ateismo anonimo che insidia anche la nostra stessa vita cristiana».

Il sondaggio sul tema dell’unione delle parrocchie in Comunità pastorale, proposto nelle scorse settimane ai 1.800 fedeli che partecipano alla messa domenicale, rileva che per più della metà degli intervistati il cambiamento di 5 anni fa è stato utile. Soprattutto, specificano, per l’opportunità di crescita nella fede, per la catechesi dei ragazzi, per la liturgia. L’ha realizzata, la consultazione, il notiziario parrocchiale. Un vero e proprio giornale che già nel nome, “Noi”, dichiara l’intento di essere strumento di unità nelle diversità.

In questo quadro l’arcivescovo Angelo Scola, accolto in parrocchia da un colorato lancio di palloncini dei ragazzi dell’oratorio, si dichiara particolarmente felice di celebrare la Santa Messa «poche ore dopo che il Consiglio pastorale si è riunito per giudicare con molto realismo i passi compiuti in 5 anni». Con un atteggiamento critico costruttivo, «importante perché capace di giudizio – aggiunge Scola citando la seconda lettura (1Pt. 3,15-18) -: “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”». In un tempo, prosegue, «in cui la libertà è concepita in modo riduttivo, incompiuta quando è senza riferimento al bene, rendiamo conto di ciò che noi cristiani vogliamo essere, di ciò che vogliono essere gli uomini e le donne di oggi».

Per farlo, predica l’arcivescovo, è necessario adorare il Signore nei nostri cuori e nella comunità. «Ciò ci consente – prosegue in riferimento alla lettura evangelica dell’ascensione del Signore (Gv. 14,15-21 “Non vi lascerò orfani”), di non essere orfani nei nostri sentimenti, nelle difficoltà come la disoccupazione, nell’educazione dei figli, nel guardare ai bisogni del mondo, nel desiderio di costruire una città giusta. Abbiamo bisogno di vita buona nel nostro Paese e in Europa».

Non siamo orfani, aggiunge ancora, perché «l’essenziale della comunità è stare di fronte al Signore e vivere il suo costante venire presso di noi come ciò che ci rigenera in profondità e in verità. Non per niente lo Spirito di Gesu che entra in noi è definito il Paraclito, cioè “il chiamato vicino”».

E il suo manifestarsi «è in ciascuno di noi nonostante la nostra situazione personale. Questo amore viene ed è per sempre. Assumiamoci la responsabilità di testimoniare, secondo il nostro temperamento, con franchezza e delicatezza, la bellezza di Gesù vero Dio e vero uomo. Perché tutti aspettano la salvezza, ogni uomo e ogni donna: anche coloro i quali non lo sanno o non lo dicono. Guardiamo a Gesù – è l’auspicio finale di Scola – come lo guardavano la Vergine e i discepoli nel giorno dell’ascensione che ha dato il nome alla vostra Comunità pastorale».

Le relazioni dettagliate inviate dal Consiglio pastorale all’arcivescovo fanno sì che Scola conosca bene, spiega, la realtà della Comunità dell’Ascensione. Tra le numerose ricchezze che la compongono, il cardinale si sofferma al termine della messa «sulle importanti realtà educative, tratto tipico anche di altre parrocchie monzesi. Prendetevene cura», è la raccomandazione dell’arcivescovo. Perché «la Diocesi e il Paese hanno bisogno che queste scuole siano paradigmatiche».

La Santa Messa celebrata in rito Romano suscita infine in Scola un’ulteriore raccomandazione per i fedeli di tutta la città: «Sviluppate il tema del pensiero di Cristo: è un lavoro culturale proporzionato alla grande storia di Monza che il rito romano ci testimonia. C’e una storia di cultura che ci porta al rito che si conserva in questa zona, siete chiamati a incarnarlo oggi come uomini che vivono il presente: non nostalgici del passato, ma rivolti al futuro».

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