Il cardinale Scola ha compiuto la Visita pastorale feriale al Decanato di Carnago. Ai moltissimi fedeli riuniti nell’oratorio di San Vincenzo, a Caronno Varesino, ha raccomandato di vivere l’appartenenza reale e quotidiana alla comunità

di Annamaria BRACCINI

Carnago

L’inizio della Visita pastorale per il Decanato Carnago, nel grande e gremito Salone dell’Oratorio della parrocchia di San Vincenzo Martire a Caronno Varesino, ha un sapore un po’diverso, ha la voce di una suora di clausura, Madre Agnese, superiora del monastero delle Passioniste di Gornate Olona che – in un saluto registrato – vuole, con la sua Comunità claustrale, essere coinvolta «con gioia e interesse», nella vita del Decanato stesso.

«Siamo certi che questa serata sarà, per tutti noi, un’occasione per intensificare i legami con la Chiesa ambrosiana e con lei che è il nostro Pastore», dice da parte sua, il decano, don Basilio Mascetti, responsabile anche della Comunità pastorale Santa Maria Assunta di Cairate Varesino che riunisce tre delle 11 parrocchie di questa realtà non grande, ma molto vivace, specie dal punto di vista della proposta giovanile, organizzata in un’équipe e diverse sinergie intra e interdecanali.   

È il “giro di boa” per la Visita pastorale 2015-2017, che tocca, con Carnago, il 36esimo Decanato (la metà, quindi, di quelli esistenti) che il Cardinale incontra. È lui stesso, nella sua triplice indicazione iniziale, a spiegare la natura dell’incontro: «essere un’assemblea sul modello dell’assemblea eucaristica, che inizia con la confessione –  se riconosciamo le ferite nel corpo del Signore, il nostro modo di comunicare e di essere cambia di prospettiva –, prosegue con l’ascolto della Parola in cui è Gesù stesso che ci parla, per giungere al momento in cui, con l’Eucaristia, veniamo incorporati a Cristo.

Poi, l’articolazione della Visita, con la presenza dell’Arcivescovo, cui segue il secondo step della capillarizzazione, entrando i Vicari di Zona e i Decani in ogni realtà del territorio e dialogando, a partire dal quotidiano, sugli aspetti urgenti, e la terza parte, che identificherà quale sia il passo che la comunità ecclesiale deve compiere sotto la guida del Vicario generale. 

Infine – questa sezione introduttiva confluirà, da settembre, in una Nota del CEM diffusa a tutti gli ambrosiani –, lo scopo della Visita pastorale: «superare il fossato tra fede e vita, per cui tanti battezzati hanno perso la strada di casa».

Si avvia, così, il dialogo in sei domande e risposte. «Perché è così difficile annunciare Cristo?»; «Accogliere lo straniero: ma come, se l’arrivo di 20 profughi in un Paese di 5000 abitanti scatena reazioni che non hanno niente di evangelico?».

«È impossibile “incontrare”, in senso pieno, senza vivere un’appartenenza effettiva alla comunità, eppure talvolta, dimentichiamo “per Chi viviamo”, mentre persona e comunità sono due poli di una stessa realtà», ragiona, subito Scola, che aggiunge. «Le difficoltà che viviamo oggi si devono proprio a questo: abbiamo bisogno di comunità dall’appartenenza forte e il nostro primo compito è rafforzare l’appartenenza, al di là delle fragilità e peccati e della divisione in gruppi. È impossibile avere parte a Gesù senza avere parte, in maniera potente e costruttiva, alla Chiesa che, nel battesimo, ci ha generato e continuamente ci genera. La comunità che noi siamo, la Chiesa di Milano e quella universale non sono autentiche se non fanno fiorire la libertà. Non è difficile annunciare Cristo se si vive l’apparenza reale alla comunità. Il resto è nelle mani di Dio».

Risposta, questa, che si collega anche alla domanda sull’accoglienza, «DNA costitutivo della vita del cristiano».

«Fanno parte della personalità cristiana, la carità e condividere il bisogno, mentre paure, chiusure e resistenze sono tanto più forti quanto un individuo resta isolato. Ricordiamoci che l’immigrazione è ormai un fatto sistemico, basti pensare ai 32  milioni di persone che si stanno spostando, in questo momento, sul pianeta».

«Certo, la carità ha bisogno di generosità, ma non è solo questo», riflette ancora l’Arcivescovo. «Come faceva Gesù, bisogna partire dal bisogno, ma spalancarlo al desiderio, in modo che ciascuno rinasca e trovi la ragione del vivere. Non dobbiamo temere la paura che è comprensibile di fronte a un fenomeno così inedito e massiccio e che assumerà un peso ancora più grave per noi italiani, viste le scelte che l’Europa non compie. Ma la paura è sempre cattiva consigliera e, comunque, deve trovare  un argine nella comunità e in un rapporto con Gesù che non sia una parola vuota o un pretesto. Senza scandalizzarci, ma aiutandoci, ognuno assumendo la propria responsabilità, si tratta di superare la paura con fede e carità e di trovare la strada con cui riusciremo a bloccare anche la tragedia terribile e barbara del terrorismo islamico». 

Si continua con interrogativi e richieste di consigli sulla vita spirituale giovanile e la Catechesi degli adulti. Unica e complessiva la risposta dell’Arcivescovo.

«La vita spirituale, come dice San Paolo, è la vita vissuta in Cristo e non c’è astrazione. La via per crescere è prendere sul serio e praticare con regolarità i quattro “Fondamentali”. Il cristianesimo deve essere attrattivo, con-vincere. Un giovane deve poter dire al compagno di Università, agli amici: “vieni e vedi”, mostrando e vivendo un una comunità che, regolarmente, impara ad amare, si educa al gratuito, con gesti semplici, affrontando il quotidiano con il pensiero di Cristo. Questa è la strada di una vita di comunità in cui la persona si senta retta, sorretta e, se del caso, corretta».

L’invito è a semplificare le scelte organizzative: «Noi confidiamo troppo nelle nostre, pur importanti, iniziative e servizi. Il cristianesimo è vita e la vita viene solo dalla vita. Cristo è un incontro, una realtà, non è una somma di iniziative. Non facciamo del lamento il contenuto del nostro quotidiano e non alimentiamo la mistica dei “lontani” che non esistono perché nessuno è lontano dalle esperienze che tutti condividiamo ogni giorno».

Infine, il Fondo Famiglia-Lavoro e «come coniugare tradizione e nuove esperienze in atto, soprattutto facendo crescere la corresponsabilità laicale».

«La sensibilità sul Fondo non è diminuita, tanto che molte volte, nelle singole Visite viene offerta una cifra esplicitamente destinata a questa iniziativa», racconta il Cardinale. «Tuttavia, la questione di una carità intesa in senso comunitario rimane: se la solidarietà è demandata solo alla generosità o, peggio, delegata alla Caritas, decade».

Il problema, suggerisce Scola, è essere consapevoli del senso pieno della vita che vuole dire, insieme, significato del “per Chi” si vive e direzione del cammino. «Per pura grazia abbiamo incontrato Cristo e, pieni di gratitudine, lo dobbiamo comunicare. Bisogna aprirsi al nuovo, pur nella tradizione delle nostre terre. Abbiate grande apertura di cuore, valorizzate le testimonianze di vita buona che nascono tra voi, con proposte decise e un abbraccio largo. Puntiamo sulla verità della nostra persona, liberi dall’esito».

 

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