A Fara Gera d’Adda l’Arcivescovo ha celebrato l’Eucaristia domenicale, incontrando l’intero Decanato di Treviglio. Siate testimoni dell’amore vero e accettate le sfide del presente ha detto ai moltissimi fedeli presenti

di Annamaria BRACCINI

Fara Gera d’Adda

«Terre di antica tradizione cristiana e segnate da un forte radicamento nella fede, terre operose e feconde, quindi capaci di affrontare il presente con i suoi tanti travagli» e che, proprio per questo, possono e devono essere esempio di comunione e di accoglienza reciproca.
Il Cardinale è a Fara Gera d’Adda, nella nostra Diocesi, in zona Sesta e in provincia di Bergamo. La Celebrazione che presiede nella bella e assolatissima piazza tra la chiesa di Sant’Alessandro e il Municipio, vede riunito tutto il Decanato di Treviglio, che conta le due Comunità Pastorali “San Giovanni XXIII” e “Madonna delle Lacrime”.
Accanto all’Arcivescovo sono infatti tutti i sacerdoti del Decanato, che il Cardinale incontra al termine della Messa, con il Decano, monsignor Buga e il Vicario di Zona, monsignor Carnevali. Molta la gente, tanti gli Alpini e i volontari di diverse Associazioni del territorio, in prima fila ben cinque sindaci – quelli di Fara, Pontirolo Nuovo, Canonica d’Adda, Treviglio e Castel Rozzone – ossia di tutti i Comuni su cui insiste il Decanato.
Dopo il saluto iniziale – «ci confermi. Eminenza, nella fede», come dice il responsabile della Comunità “San Giovanni XXIII”, don Umberto Galimberti –, il Cardinale si rivolge, appunto, subito, ai fedeli e abitanti presenti, ricordando la vicenda millenaria delle loro terre e sottolineando, al contempo, la necessità di comprendere l’oggi.
«Non possiamo celebrare l’Eucaristia senza ricordare la situazione veramente grave in cui versa il pianeta – dice, infatti, l’Arcivescovo –, con un travaglio che viene da tante visioni del mondo che si intrecciano, con una crisi economica che sembra interminabile e con le grandi prove a cui sono sottoposti tanti fratelli cristiani chiamati spesso a dare la vita per poter esercitare la libertà di culto». E tutto «senza dimenticare il fondamentale compito dell’accoglienza» in zone che, come Treviglio, contano già un 12% della popolazione residente costituita da immigrati.
Il pensiero del Cardinale è per il gesto dell’Eucaristia, «il più importante che possiamo compiere perché indica la partecipazione all’evento più grande avvenuto nella storia, quello di un Dio che si fa uomo, liberandoci dalla morte e aiutandoci a vivere, fin da qui, l’eternità». Un momento, il radunarsi domenicale intorno all’Eucaristia, che unisce e «rinvigorisce la Comunità a vivere la proposta della vita secondo Cristo».
Per questo, nota ancora, «siete venuti ad accogliere il Vescovo proprio a indicare che seguiamo realmente il Signore, ogni giorno, nel modo in cui viviamo gli affetti, il lavoro il riposo, in cui affrontiamo il dolore, nella sofferenza fisica o nella scomparsa dei nostri cari; nelle modalità con le quali cerchiamo di costruire una società giusta, attraverso una rinascita civile, di cui si sente disperato bisogno, culturale e politica e perciò religiosa».
“Religiosa”, in senso pieno, «perché tale dimensione spiega da dove veniamo, dove dobbiamo camminare e dove siamo diretti, donando quindi il senso complessivo dell’esistenza». Come testimonia la Paola di Dio che è, secondo l’insegnamento del Concilio, «Gesù stesso che ci parla», con il suo «Spirito risorto e presente che tende ad espandersi in tutti i momenti e rapporti della nostra vita e che ci permette di realizzarci nella santità». Tanto è vero questo, che appunto la liturgia del giorno – qui officiata in rito romano – parla di un diffuso e grave problema attuale, evidenzia il Cardinale: «quello delle incomprensioni, dei conflitti, dei torti che dobbiamo affrontare, che ho ritrovato anche a Milano come nella altre diocesi dove sono stato chiamato».
Ovunque, ed è sotto gli occhi di ognuno, impera un tasso di litigio, di incapacità di accoglienza della parola altrui e di perdonare che è ancora troppo elevato. «Incomprensioni sul lavoro, ma anche in famiglia, tra genitori e figli, tra membri di una stessa comunità».
In riferimento al Vangelo di Matteo appena ascoltato, l’Arcivescovo lascia una prima consegna nell’appello alla concordia. «Nel nome della nostra fede promuovete la comunione, per esempio coppie più anziane possono aiutare coniugi più giovani e affiancarli come testimoni nel senso che indica il Vangelo, attraverso il cammino degli affetti, nel quale non mancano mai le ferite».
Cita, Scola, l’Epistola ai Romani: «Fratelli non siete debitori di nulla a nessuno se non dell’amore vicendevole» e riflette: «oggi, anche a partire dalla pressione della cultura dominante, coltiviamo un’idea dell’amore che è passionale, mentre l’amore vero e amare l’altro per l’altro, non usarlo quale strumento del proprio piacere, come la cultura libertina attuale ci propone di fare. L’amore è, invece, principio di gaudio, fattore di formazione di una vita veramente compiuta. I coniugi anziani devono far capire che l’amore fedele, aperto alla vita nel mistero delle nozze, è il modo migliore per adempiere un’esistenza».
Da qui il secondo impegno. «Chiediamo la capacità di un amore vero che, nella differenza tra i sessi, trova la fecondità nella generazione della vita».
E, infine, il monito che si fa augurio, in questa giornata radiosa che obbliga, per difendersi dal sole, a utilizzare sopra l’altare uno dei grandi ombrelli di Family 2012, quasi un simbolo ben augurante, si potrebbe dire. «Se non capiamo la permanenza di Gesù nella nostra vita personale e comunitaria anche le nostre attività, per quanto generosissime, è come se mancassero il bersaglio. Chiediamo al Signore la consapevolezza della sua presenza viva tra noi».
Alla fine, come sempre, la festa che circonda il Cardinale in un clima di vera fratellanza e amicizia cristiana e civica.

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