Il Cardinale ha visitato l’Humanitas a vent’anni dall’inizio dell’attività. Ai degenti ha detto: «Vi auguro, di tutto cuore, di non essere mai schiavi della malattia perché la vostra dignità di donne e di uomini è più grande»

di Annamaria BRACCINI

Humanitas

«La dignità umana, pur nella prova, è molto più grande di qualsiasi malattia. Questo è un luogo privilegiato di cura, di ricerca e di missione».

Le espressioni con cui il cardinale Scola definisce l’ospedale Humanitas di Rozzano, nella visita che compie in occasione dei vent’anni della sua fondazione, delineano il significato e la rilevanza di una struttura che oggi è Istituto ad Alta specializzazione, Irccs, Policlinico, Centro, appunto, di ricerca, sede universitaria e capofila di un gruppo che conta sette realtà sull’intero territorio nazionale.

Accolto dal presidente, Gianfelice Rocca e dai vertici amministrativi e sanitari – con cui si intrattiene per un breve colloquio –, l’Arcivescovo visita subito, a lungo, entrando in ogni stanza, alcuni reparti del Cancer Center (uno degli ambiti per cui Humanitas è all’avanguardia a livello internazionale), sostando con i pazienti che si raccolgono per il canto dell’Ave Maria e il Padre Nostro recitato insieme con i parenti, i medici, il personale infermieristico. Molti, trovandosi a passare per i corridoi si fermano, anch’essi, a pregare. «Non dobbiamo farci ridurre ai sintomi o al male, ma dobbiamo vivere ogni nostra dimensione umana. Vi auguro, di tutto cuore, di non essere mai schiavi della malattia perché la vostra dignità di donne e di uomini è più grande», sottolinea il Cardinale ricordando gli studi mondiali che confermano quanto la preghiera possa sostenere anche nella degenza clinica. Quella che qui ha numeri notevolissimi, quasi una piccola città che, tra moderni edifici e ordinati vialetti in fiore, non fa certo pensare a un ospedale: 40.000 ricoveri l’anno, 2500 professionisti impegnati a vario titolo, 500 studenti universitari nel Campus, di cui il 45% stranieri (un pensiero dell’Arcivescovo è per loro), 200 volontari, reparti di Day hospital, 3000 punti di Impact factor registrati nel 2015.

Insomma, un grande comunità «che accoglie con gioia l’Arcivescovo», come dice il cappellano, don Giorgio Busa, che concelebra l’Eucaristia con il responsabile del Servizio della Pastorale della Salute, don Paolo Fontana e una decina di altri sacerdoti arrivati dalle parrocchie di Rozzano, tra cui il Decano.

«L’atto clinico non può mai essere disgiunto dall’atto terapeutico, cioè dalla ragione per cui si cura, la prospettiva della salvezza integrale dell’io. Noi non puntiamo solo sull’immortalità dello Spirito, sarebbe troppo poco, si correrebbe il rischio di perdere il senso della bella avventura umana che è l’esistenza terrena, apertura a quella definitiva nel nostro corpo vero. L’eternità in cui saremo sempre con il Signore e i nostri cari», scandisce Scola, evidenziando le tre componenti che sempre entrano in gioco nel contesto della cura: «il malato, i familiari e tutti coloro che contribuiscono a quel tentativo che è certamente uno dei più elevati al mondo, dare benessere fisico e salute a chi domanda di poter guarire».

Poi, la riflessione sulla sua esperienza personale: «Nei miei venticinque anni di Episcopato, ho notato che nessuno si rifiuta di incontrare il Vescovo per una benedizione, perché tutti recepiamo che la domanda di guarire è molto più di una domanda di salute, ma è la richiesta di durare per sempre».

È, infatti, questo, ciò che rende il centro di cura, un luogo privilegiato a tutti i livelli, appunto perché «mette in campo tutta la persona, la società, il rapporto con il cosmo intero in cui siamo immersi, avendo un corpo».

Insomma, l’ospedale come spazio «in cui la cultura in senso pieno si attua e si effonde a ogni livello dell’umana esistenza. Questo dà orientamento e un senso preziosissimo al vostro lavoro e al dolore dei pazienti e dei familiari».

Da qui e dalla pagina del Vangelo di Giovanni 12, appena proclamata nella Liturgia della Parola, l’invito a farsi abbracciare da Gesù crocifisso – la sua croce è la condizione perché la nostra croce e la morte non siano vane – e a guardare alla misericordia di Dio che «è più grande del nostro peccato, del dolore, dell’ingiustizia che nelle nostre società cosiddette opulente ancora dilaga; più grande persino della miseria, della cultura dello scarto attraverso cui depotenziamo la prospettiva della società».

Insomma, occorre cambiare, o meglio, convertire il cuore, lasciando “sporgere” l’io in modo che si possa percepire il fascino di una vita che si può donare e, dunque, compiere.

«Chiediamo che si verifichi in noi quell’attitudine di cambiamento cosi necessaria alla crescita e maturazione dell’uomo, perché tutto ciò che non muta, non cresce e, quindi, muore. Pensiamo a quante sacche di miseria persistono nella nostra grande Milano, a quanta emarginazione e a quanto l’elemento della giustizia e dell’equità, che rispetta le diversità e tende all’eguaglianza in senso nobile, sia lontano».

Infine, ancora una consegna nella consapevolezza, forse, più importante: «Il termine Humanitas implica essere aperti a tutti e a curare tutto l’uomo. La medicina non è solo clinica, non è una scienza, ma un insieme di scienze tenute insieme dall’arte terapeutica che utilizza molte scienze e conoscenze. Questo può far crescere il gusto e la bellezza del vivere».

 

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