Il Cardinale ha presieduto la Celebrazione eucaristica per la Solennità di San Francesco nella Basilica Superiore di Assisi. Moltissimi i pellegrini lombardi arrivati nella città del Poverello per l'accensione della Lampada votiva con l'olio offerto dalla Regione

di Annamaria BRACCINI

scola assisi 2015

Sulle orme del “Padre e maestro” Francesco, come lo chiama Dante nel Canto del Paradiso, «ci siamo fatti pellegrini dalla Lombardia in terra di Assisi, per accendere la Lampada votiva al Patrono d’Italia e guardare a lui come Santo vicino alla nostra esistenza di uomini di oggi, cosiddetti “postmoderni”».
Il cardinale Scola, metropolita di Lombardia, nella Basilica Superiore di Assisi, presiede l’Eucaristia nella Solennità, appunto, del Santo serafico, concelebrata dai Vescovi della regione Ecclesiastica lombarda, dai Ministri generali e provinciali delle Famiglie Francescane, dai frati, dai sacerdoti della Chiesa umbra – rappresentata dal vescovo della città ospitante, monsignor Domenico Sorentino – e da quelli delle dieci Diocesi lombarde. È presente anche il cardinale Attilio Nicora, Legato del Papa per le Basiliche di Assisi e non mancano i centocinquanta seminaristi ambrosiani, tra cui il Diacono che legge il Vangelo.
«La vostra regione, la più popolata d’Italia e con il maggior numero di comuni, sia benvenuta», dice, nel suo saluto, Padre Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi. «Un popolo, quello lombardo, che alla fierezza delle proprie origini, unisce l’accoglienza, componendo gli opposti di regionalismo e apertura. Insieme non abbiamo paura, abbiamo fiducia, nessuno se ne approfitti. Il nostro popolo vuole avere fiducia in Dio, nel prossimo, fiducia nelle istituzioni».
In prima fila, con i Gonfaloni, ascoltano i rappresentanti istituzionali, tra cui il presidente di Regione Lombardia, Roberto Maroni e il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, accanto ai “colleghi” dell’Umbria. Moltissimi anche i sindaci giunti, per l’occasione, dalla nostra Regione.
La meravigliosa architettura e le pitture di Giotto,  tornate a splendere, che fanno da cornice al Rito, sembrano racchiudere, come in un grande abbraccio, i pellegrini lombardi, italiani e i migranti, arrivati, questi ultimi, all’alba, partendo da Crema, e per cui sono stati necessari cinque pullman.
Anche a loro, si rivolge, l’esplicito pensiero dell’Arcivescovo che, in apertura della sua omelia, dice: «Il tempo di Francesco, per quanto distante cronologicamente dal nostro, presenta significative somiglianze con la complessità della società plurale in cui la Provvidenza ci chiama a vivere. Epoca di grandi cambiamenti fu quella attraversata da san Francesco, cambiamenti di natura culturale, economica e sociale. Ma anche noi siamo testimoni di rivolgimenti talvolta vertiginosi e ormai tutti persuasi che un’epoca si è chiusa inesorabilmente».
Di fronte ai tanti mutamenti «del vivere civile», ai fondamenti messi spesso in questione, quali «il senso della vita e della morte, del matrimonio, della famiglia, dell’identità religiosa e culturale di una nazione, del rapporto con l’ambiente, della costruzione di un solido e durevole equilibrio tra pace, sviluppo e giustizia»; posti davanti «ai processi migratori senza precedenti per noi in Europa, che stanno modificando la fisionomia geopolitica di tante parti del mondo», è il percorso della modernità che sembra, «ormai giunto al capolinea».
Dunque, che fare?
Su questo San Francesco, che trovò pace solo nel rapporto con la Croce gloriosa di Cristo e nella fraternità con i poveri, ha tanto, moltissimo da dirci, suggerisce Scola. Solo così è possibile comprendere la passione del Poverello «per l’uomo e la sua drammatica condizione».
Il riferimento è all’ormai imminente Anno Santo straordinario della Misericordia, voluto da Papa Francesco, «che illumina l’attualità di frate Francesco capace di passare dalla ripugnanza alla tenerezza e alla misericordia: così deve essere per noi,per te e per me», scandisce il Cardinale rivolgendosi direttamente ai fedeli.
Nel contesto della fraternità «che è il nuovo umanesimo di cui tutti avvertiamo l’urgenza e sul quale la Chiesa italiana rifletterà nel prossimo Convegno di Firenze, in questo tempo in cui tecnica e finanza rischiano di diventare gli arbitri indiscussi delle relazioni umane, Francesco d’Assisi, con la sua testimonianza di fraternità evangelica, ci mostra che al centro della società deve esserci sempre la persona, affermata come bene in se stessa e, contemporaneamente,in tutte le sue relazioni fondamentali, con gli altri, con il creato e con Dio».
Il Santo che seppe incontrare il Sultano, esempio, dunque, di dialogo tra le culture e religioni, l’uomo innamorato del Creato, che indica il rispetto per la Caas comune che tutti condividiamo, segna così la strada da percorrere: «per vivere con coraggio nella società plurale in questo tempo del meticciato di culture; per essere tesi alla vita buona»; per farsi portatori di quella ecologia integrale di cui parla l’Enciclica “Laudato si'”.
Da qui, la speranza e la volontà di rivolgersi al Santo e alla sua intercessione secondo le parole che, poco dopo, concludono l’accensione della Lampada: «Fa’ o Francesco che il popolo italiano, fedele alle radici cristiane, vivendo in comunione e fraternità, concorra con l’Europa al progresso dell’umanità, per il bene e la pace di tutti».
Poi, all’offertorio, i doni della Lombardia: l’olio, ottenuto dalla premitura delle olive del lago di Garda  per mantenere accesa la Lampada al Santo un intero anno – è la quinta volta per la Regione dal 1939 -, l’anfora di rame cesellata dalla “Scuola Beato Angelico” di Milano e portata tra le mani dal Governatore, le dodici Cotte, le tre Casule, i due cantari e i prodotti tipici regionali.
Infine, il momento atteso, con il sindaco Pisapia che accende, in un clima di raccolta emozione, la “Lampada votiva dei Comuni d’Italia” che si fa, visivamente, preghiera continua in ognuno.

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