Questo l’invito rivolto dall’Arcivescovo nella Visita pastorale alle comunità milanesi dei Navigli, del Vigentino e della Barona, con la quale il Cardinale è arrivato a toccare la metà dei Decanati presenti in città

di Annamaria BRACCINI

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Nella chiesa di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa tanta gente si affolla per la Visita pastorale che tocca la zona sud di Milano e che riunisce, per questa occasione di dialogo e di ascolto reciproco, i laici e i sacerdoti dei tre popolosi Decanati Navigli, Vigentino e Barona, per un totale di 28 parrocchie coinvolte. Le luci colorate e soffuse del grande artista Dan Flavin e le linee rigorose di Giovanni Muzio fanno da cornice alla Visita, con cui si arriva alla metà dei Decanati raggiunti nella Zona I. Accanto al Vicario episcopale monsignor Faccedini, al Decano dei Navigli e parroco della Chiesa Rossa don Walter Cazzaniga, c’è anche un laico, il giornalista Alessandro Zaccuri.

Brevemente vengono illustrati i momenti di articolazione della Visita stessa, iniziata dal Vescovo e che proseguirà con la capillarizzazione sul territorio dei temi emersi nella serata, per poi giungere a identificare il gesto concreto da compiere in ogni singola realtà. Chiaro anche l’obiettivo: «Superare il divario tra la fede e la vita che ha determinato in noi un’oggettiva dimenticanza della strada di casa», per lasciarsi, dice Scola, «sorprendere di nuovo da Gesù come centro affettivo dell’esistenza, dove tutto prende un suo nuovo senso».

Da qui le domande su come sperimentare, nel complesso contesto di oggi, l’essere cristiani: «Se scatta un rapporto con Cristo, questo stesso rapporto si riproduce tra noi e cambia lo stile di vita. Dobbiamo ritornare alla sorgente di un avvenimento che si comunica solo attraverso la comunità cristiana». Comunità che è il luogo della nuova parentela da Lui inaugurata: «Siamo qui convocati dalla forza del Crocifisso glorioso, il resto lo dà la vita. Ma se alla radice di ogni servizio e opera, anche straordinaria che realizziamo, non incontriamo un’umanità incarnata, non servirà». La vita insomma, come l’Arcivescovo dice spesso, «è tutta vocazione, è una chiamata», che apre il cuore del cambiamento: «Se pensiamo che le strutture e i servizi si possano sganciare da questo dato di fondo sbagliamo, e il clima che si crea non è attrattivo».

Si affronta anche il tema della famiglia: «Quando diciamo la famiglia come soggetto, con un’espressione formulata fin dai tempi dei Padri, intendiamo che essa deve diventare realtà che vive Gesù come fonte di comunione. Dobbiamo parlare di ogni ferita e problema, ma con il pensiero di Cristo, senza tante sovrastrutture. I gruppi familiari devono orientarsi in questo senso, promuovendo incontri a livello familiare, partendo dai bisogni concreti e dialogando». L’invito, anche per i presenti, è quello di favorire scambi semplici tra le famiglie, a livello anche di condominio: «È la scoperta dell’acqua calda, ma se facessimo tutti così avremmo una essenzializzazione della nostra idea di famiglia e di comunità. Fondamentale è il coinvolgimento dei laici».

Poi, gli interrogativi sulle «tante novità» del Rito ambrosiano e anche sulla manutenzione, spesso onerosa e difficile, delle strutture «che occupano troppo tempo e energie». «Dico subito e pragmaticamente che la Congregazione del Rito ha già approvato nove introduzioni o correttivi, come la possibilità in Avvento di introdurre solo una lettura e, comunque, di abbreviarne alcune – spiega il Cardinale -. Non dimentichiamo che la liturgia della Parola è stata definita dal Concilio come Gesù stesso che ci parla, e che le Scritture sono il cristallizzarsi di ciò che Cristo e i suoi discepoli hanno vissuto. Tuttavia la nostra risposta complessiva sta nella partecipazione, come dice sempre il Vaticano II, attiva – actuosa – all’Eucaristia e nel coinvolgimento “faccia a faccia” con Cristo che ci permette di “ripartire” ogni mattina».

E sulla manutenzione: «Tutti noi dobbiamo prenderci cura della parrocchia nei suoi aspetti materiali. Per questo occorre un buon Consiglio degli affari economici e che torni per intero uno stile come quello delle nostre donne, attraverso gesti di attenzione e cura anche piccoli», aggiunge Scola, annunciando la nascita di una Commissione per la Perequazione tra le parrocchie «perché chi ha di più aiuti chi ha meno, aumentando la comunione».

Infine, il confronto è sui giovani e sull’abusivismo che don Andrea lega alla questione della giustizia, grave specialmente in zone popolari come queste. «Per i giovani che scompaiono dalle nostre parrocchie a una certa età – una questione che tanto ci addolora, quanto ci appassiona – dobbiamo tornare alla questione-chiave, ossia il comune riferimento a Cristo e alla Chiesa. Finché questa idea non assume il volto della comunione, che vuol dire avere una stima previa, non risolveremo il problema, anche della giustizia e delle ampie zone di degrado che fanno fatica a emergere. La parrocchia, in questo, rimane lo “zoccolo duro”, perché la verità della Chiesa viene dal basso».

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