Nella Messa del giorno di Natale, il Cardinale ha presieduto in Duomo l’Eucaristia, richiamando il dovere della testimonianza coraggiosa di fronte agli attentati e al terrorismo

di Annamaria BRACCINI

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«Lunga è la scia di attentati terroristici che ha tragicamente insanguinato quest’anno, fino all’ultimo a Berlino, anche l’Europa. Che posizione assumere, come cristiani, di fronte a questa minaccia che incide profondamente nelle nostre vite?».
«La prima istintiva reazione è la paura che è, appunto, lo scopo del terrorismo, subito dopo, la richiesta di un rafforzamento delle misure di sicurezza. Ma la sicurezza non è tutto. Ecco perché diventa essenziale l’educazione, la cultura e la testimonianza. Occorre contestare l’ideologia jihadista, ponendosi e opponendosi a essa. Come cristiani, il nostro modo di porci è innanzitutto annunciare Gesù Cristo, la tenerezza coinvolgente di questo Dio Bambino: dobbiamo farlo con più vigore e meno complessi. Gesù non ha aspettato che le condizioni oggettive del suo tempo migliorassero, ma ha generato un soggetto nuovo nella storia». 
In Duomo, è il cardinale Scola a dare voce alle domande che – forse mai come in queste ore che dovrebbero essere di gioia e di serenità – sono nel cuore di tutti. Per la Messa nel  giorno del Natale del Signore, aperta sulle note dell’”Adeste Fideles” e dai 12 Kyrie delle Solennità ambrosiane, sono moltissimi i fedeli riuniti in Cattedrale, per quel «Bambino che irradia la gloria di Dio conducendoci, passo dopo passo, a riconoscere la Sua divinità. Luce del Dio che non ci lascia mai». Tra la gente anche una rappresentanza dei detenuti di Opera che hanno donato, come è ormai tradizione, le Ostie per la Celebrazione.
Si vive, così, il Natale che è «dono straordinario e immeritato, autentica povertà che nobilita noi uomini», sottolinea l’Arcivescovo riferendosi ai pastori: «Colpisce che i primi a cui viene dato l’annuncio della nascita del Salvatore sono i pastori, gente povera, di periferia, spesso invisa al mondo cittadino. Essi non hanno niente, mondanamente parlando, da opporre al dono così straordinario della salvezza, eppure si muovono, perché l’autentica povertà permette di comprendere bene, mentre spesso noi siamo poco coscienti della nostra dignità».   
Eppure, il Signore non ci abbandona, sempre ci abbraccia nelle nostre fragilità, ci avvolge, nel nome dell’amore che tutta la Trinità ci porta. Da qui gli interrogativi dolorosi e fondamentali, più che mai in questi giorni: «Perché, per la gioia di questo bimbo, destinato alla croce, io non cambio, vinto nella durezza del mio cuore?». «Qualcosa è mutato in questo mondo dopo la Resurrezione di Cristo?». 
Chiara la risposta del Cardinale che parla, appunto, di giorni di dolore e smarrimento per gli attentati terroristici di fronte ai quali occorre porsi come cristiani innanzitutto annunciando Gesù. «Nel nostro porci c’è già anche l’op-porci. L’opporci a ogni violenza soprattutto a quelle compiute nel nome di Dio, come Papa Francesco non si stanca di richiamare. E al tempo stesso l’opporci anche al sistema economico che fa sì che, come Paesi occidentali, chiudiamo gli occhi di fronte ai Paesi che fomentano il discorso estremista, nella speranza che si tratti – appunto – soltanto di un discorso. No, non sono solo parole, sono fatti. E morti, la maggior parte dei quali fuori dall’Europa. Troppo tempo abbiamo già perso svendendo le nostre convinzioni, la libertà religiosa in primis, per il nostro, moderno, piatto di lenticchie. E ora la minaccia è globale».
In questa doppia presa di posizione sta il contributo più vero che possiamo offrire – scandisce ancora Scola – «ai nostri fratelli musulmani che, nella larghissima maggioranza, guardano sgomenti quanto sta avvenendo, ma stentano ad articolare un’alternativa chiara, scaricando troppo spesso la responsabilità soltanto sulle condizioni, pure oggettive, di ingiustizia economica e sociale. Ricordiamoci che la luce “splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”. Questa luce che è con noi è quella del Dio vicino».
Per questo, nella gioia del Natale che non finisce, come testimoniano tutte le Liturgie di questi giorni, l’invito è a rafforzare la nostra fede. 
Questo l’auspicio dell’Arcivescovo che, in conclusione, torna  – dopo aver letto, come accade oggi in tutte le chiese della Diocesi, l’annuncio ufficiale del grande dono della visita del Papa «di cui non dobbiamo perdere i frutti» – sui temi della situazione attuale  
«Tutti dicono dobbiamo fare la nostra vita normale ed è certo così, ma la vita comporta delle gerarchie e, per noi cristiani, celebrare il Natale e l’Eucaristia domenicale è il modo più importante per esprimere bene la nostra vita. Sarà questa la strada che sconfiggerà, alla lunga, anche la barbarie». 
E, prima della benedizione papale con l’indulgenza plenaria – “per facoltà ottenuta da sua santità Francesco” –, ancora un pensiero: «Superiamo qualche piccolo dissapore in  famiglia con forme semplici di perdono e coinvolgiamo anche i bambini in questa festa, insegnando loro almeno il segno di croce e qualcosa di Gesù».     

 

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