Il cardinale Scola, presso la parrocchia Santo Curato d'Ars, ha presieduto l'Eucaristia, per il cinquantesimo di consacrazione della chiesa. A tutti ha indicato la necessità di comprendere e affrontare gli inevitabili conflitti di oggi

di Annamaria BRACCINI

Santo_Curato_Ars_Giambellino

«Grazie, oggi non preghiamo solo, come facciamo due volte al giorno, per il Vescovo, ma con il vescovo Angelo». 
Don Renzo Marnati, parroco al ”Santo Curato d’Ars”, grande parrocchia che si affaccia su via Giambellino, dà cosi voce alla gioia della sua popolosa comunità, riunita per la celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale, cui segue, in serata, l’incontro con i laici del Decanato, appunto, Giambellino. 
Accanto all’Arcivescovo ci sono, infatti, quindici concelebranti tra cui il decano, don Antonio Torresin, e il Vicario di Zona, monsignor Carlo Faccendini. 
L’edificio – fortemente voluto dal cardinale Montini che donò personalmente il tabernacolo e la bella crocifissione bronzea che pare vegliare sopra l’altare -, con le sue sobrie architetture anni ’60, e i decori della Scuola Beato Angelico, “compie”, infatti, il mezzo secolo di consacrazione. Come ricorda ancora don Marnati, i parrocchiani, proprio nelle Celebrazioni per il cinquantesimo, hanno avuto modo «di ripensare le radici del nostro essere chiesa, come l’attenzione particolare ai più poveri e deboli». Quei molti che, tra i grandi palazzoni di questa storica periferia metropolitana, non mancano. 
«Quante cose si imparano partecipando all’Eucaristia con i fedeli di ogni generazione e come è importante l’occasione di farci convocare da Gesù. Vogliamo lasciarci guardare dal Crocifisso glorioso e abbiamo bisogno di vederlo», osserva l’Arcivescovo, ringraziando a sua volta. 
«Questa parrocchia vive una realtà decisiva per il domani della città, perché vi si incontrano molte contraddizioni e sofferenze che indicano ai milanesi quale sia la strada da percorrere nel futuro, una strada che voi fate, coinvolgendovi nella condivisone di gravi bisogni», aggiunge Scola, indicando la necessità di comprendere «la cultura dell’Incontro, che si sviluppa, a sua volta, in una trama di incontri e si traduce nel tentativo di far passare ciò che celebriamo in questo bel tempio, nella vita di ogni giorno». Insomma,nella quotidianità degli gli ambienti di lavoro, nel riposo, nella condivisione del male fisico, nella partecipazione delle sofferenze e dei problemi che nascono dalla questione abitativa; nell’accoglienza di sorelle e fratelli che vengono da ogni parte del globo. «Il nostro pensiero non può non andare alle seconde generazioni che sono già il cittadino europeo del domani. È normale che nella vita delle nostre Comunità possano nascere delle divergenze, ma ci deve essere qualcosa di più forte e che non può che essere la grande domanda appena risuonata nel Vangelo di Giovanni,“Vogliamo vedere Gesù”». 
Nasce da qui la prima indicazione: «Non fate mai cadere questa domanda nella partecipazione alla Eucaristia, nell’immedesimazione con la Parola di Dio, comprendendo i mutamenti in atto,ritrovando la strada bella dell’unità nella pluriformità, sorgente di speranza». 
Il riferimento è alla Lettura degli Atti, con quella supplica rivolta a Paolo – “vieni in Macedonia e aiutaci”, che somiglia al “vieni al Giambellino” scandito dal parroco, all’inizio della Messa. 
«Questo è uscire nel campo che è il mondo, convincendo non con nostre analisi, ma mostrando il volto del Cristo risorto. L’energia missionaria che si sviluppa nella ricca azione della vostra parrocchia ha in questo la sua radice». 
Nelle tante prove, nel degrado, nel turbamento, Cristo risponde definendo, infatti, una dimensione dell’amore connesso al sacrificio. «Il punto è vivere tutto questo nella fede, in una comunità aperta a 360 gradi.
Non temete i conflitti culturali e le frizioni sociali», suggerisce l’Arcivescovo. 
E, infine, ancora un auspicio: «Sono assai soddisfatto della vitalità della parrocchia, a partire dalle Assemblee dei primi decenni fino al lavoro odierno di ogni vostra realtà, capace di presentarsi in maniera chiara. Dobbiamo mostrare il nostro stile di vita, non per voglia di egemonizzare, ma perché così diamo il nostro contributo alla società. Sono altrettanto contento che l’oratorio, specie quello estivo, mantenga il suo ruolo e il suo prestigio. Bella, veramente bella, è l’iniziativa dei “dieci minuti”, che ricorda San Carlo, mediante la quale alla fine della Messa approfondite il senso della Parola e dell’Eucaristia. Questo aiuta a far passare appunto tutto questo, come detto, nella vita di tutti i giorni».

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