Visita prenatalizia dell’Arcivescovo nella parrocchia di San Bernardo di Chiaravalle nel quartiere Comasina, dove il meticciato di civiltà è una questione quotidiana. Dopo la preghiera e la benedizione in oratorio, Scola ha incontrato una coppia di genitori che vivono il dramma di due figli malati su tre e successivamente due ragazze cinesi "adottate"

di Annamaria BRACCINI

san bernardo comasina

«Si vede già dai più piccoli come sia straordinaria questa Comunità che tenta, pur tra tante difficoltà, di costruire una società giusta. La nuova Milano verrà da qui, perché in queste periferie c’è una base di popolo che affronta tutte le contraddizioni con un’umanità intensa, sentimenti che noi non abbiamo più, figli, come siamo, di un’epoca consumistica che rischia il paganesimo e di tornare agli idoli». 
Circondato da tanti bambini e ragazzi, il cardinale Scola entra nell’oratorio della parrocchia San Bernardo di Chiaravalle nel quartiere Comasina, uno dei quartieri più multietnici della città. Ormai prima cintura della periferia, la zona è abitata, infatti, per un quinto da cinesi, ma non mancano i cingalesi tra cui i Tamil di religione musulmana, come molte famiglie di origine pakistana e del Medio Oriente. 
Insomma, l’immagine vivente (e giovane) di quel meticciato di civiltà, che l’Arcivescovo da tempo indica come una delle peculiarità metropolitane ed europee. Tanto che il radicamento dei cinesi ha spinto la parrocchia ad aprire una scuola di mandarino per i bambini che frequentano l’oratorio, con un gesto che è stato molto apprezzato dalla comunità sensibile alle proprie tradizioni e non sono pochi coloro che, non cristiani, chiedono il battesimo per i loro bimbi.  «La scuola è aperta ogni domenica pomeriggio ed è diretta da una suora cinese», spiega il parroco, on Aurelio Frigerio.
E quando, accanto a lui e all’Arcivescovo, è un fedele marocchino, diventato cristiano nella notte di Pasqua dell’anno scorso, a dare un saluto di benvenuto a nome dell’intera Comunità  parrocchiale, l’emozione si fa palpabile. 
«Siamo contenti che, in questo anno giubilare, lei abbia deciso di aprire proprio a noi la porta del suo cuore. Qui abita gente che viene da tante parti del mondo e che cerca di imparare a vivere insieme. Noi cristiani siamo ormai una minoranza qui, ma ci ricordiamo del granello di senapa. Non siamo una parrocchia importante, ma le vogliamo bene». 
Espressioni a cui il Cardinale risponde, «commosso dall’accoglienza. È bello sapere che, in una realtà complessa come la Comasina, si sente il bisogno di incontrarsi a 360 gradi, ma mantenendo radici solide. Questo ci fa vivere il senso vero della vita, perché abbiamo Qualcuno al quale guardare, che è il lievito che rende bella la realtà. So che state state facendo un lavoro straordinario: in questa prima grande periferia, nata degli anni Sessanta-Settanta, voi state costruendo la grande Milano, più che in centro che è ormai diventato il luogo del consumo e del divertimento. Se non “facciamo” il volto nuovo del milanese, i nostri ragazzi non avranno futuro, e questo compito tocca ai genitori e ai nonni. Spero che possiate aprire la strada a questi ragazzi, perché se non sarà così, loro non avranno futuro e noi non abbiamo il presente». 
Poi – dopo la preghiera e la benedizione natalizia -, a piedi, si va verso l’interno del quartiere, prima in un appartamento in cui una coppia di genitori – lui italiano, lei filippina – vivono il dramma di due figli malati su tre. «Un esempio di generosità e di accoglienza, una grande lezione viene da questi genitori che, comunque, continuano a preoccuparsi anche per gli altri». 
E, ancora, si sale nella casa dove vivono due ragazze cinesi, “adottate” – ma la parola è impropria perchè si è trattato solo di un rapporto di amicizia con i genitori naturali e di affetto per le due ragazze conosciute appena nate – da una coppia di italiani senza figli. Oggi Sofia, diciassette anni, e meno di diciannove Marianna, frequentano, l’una l’Istituto alberghiero, l’altra, con voti ottimi, il Liceo Classico, di cui dirige anche il giornalino. 
La storia è semplice, di quella semplicità del bene che lascia disarmati: i genitori cinesi lavorano fino a tardi nel ristorante attraverso il quale sperano di aver una vita migliore, Marianna ha pochi mesi e a poco a poco la “mamma” italiana se ne fa carico, senza in nulla sostituire la madre cinese, poi, arriva anche Sofia e – ovviamente – non separa le due sorelline. Oggi il rapporto è felice, gratificante per tutti e fonte di una serenità che si respira in questo salotto, tra sorrisi e frasi scherzose che coinvolgono anche l’Arcivescovo.  
Non è un miracolo, non è un affido, «è una condivisione di responsabilità», nota Scola. 
E viene in mente che, davvero, al di là di tutte le teorie sociologiche, la Milano del futuro si costruisce anche così, anzi, soprattutto, così. 
Infine, il Cardinale visita una vedova malata e a una signora centenaria.
Come un parroco – in questo periodo in cui lo fanno tutti i preti ambrosiani – Scola cammina per le strade della Comasina per la benedizione, portata anche ai Padri, anch’essi anziani e malati, della vicina Casa di Riposo della Provincia Italiana dei Comboniani. L’Arcivescovo incontra così oltre una cinquantina di missionari che hanno speso la vita per l’annuncio del Vangelo. In un’atmosfera di comuinione sacerdotale e di affetto il Cardinale benedice i sofferenti e gli anziani con uno sguardo di fiducia per il futuro e nell’attesa dell’imminente venuta del Signore Bambino.
 

 

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