Nella Messa della Notte di Natale, presieduta in un Duomo gremito di migliaia di fedeli, il Cardinale ha richiamato la via della salvezza che nasce dal Dio che si fa uomo

di Annamaria BRACCINI

messa di mezzanotte

Nella notte di luce e di speranza colma di attesa, la notte in cui Dio si fa uomo e cambia per sempre la storia, anche in Duomo – come in ogni chiesa piccola o grande di questo nostro mondo ancora troppo segnato da guerre e dolore – nasce il Signore.
Suona la mezzanotte esatta quando nella Cattedrale inondata di luce, il cardinale Scola porta tra le mani la semplice statuetta lignea del Bambino e la depone ai piedi dell’altare maggiore, mentre tanta gente di tutte le età continua ad arrivare tra le navate già gremite.
La Veglia che precede la Messa nella notte di Natale e la Celebrazione sono una sinfonia di preghiera e di devozione che, con la ricchezza della Parola di Dio, la Kalenda natalizia, le melodie antiche e tradizionali, paiono circondare quel piccolo nato da una donna. Nato come tutti noi, pur essendo il “Verbo che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, per usare le parole del Prologo di Giovanni, cantate nel Vangelo e che esprimono con forza concretissima il potere che ci è dato, “di diventare figli di Dio”, se accogliamo questo Bambino. «È la ragione per cui siamo qui disposti, per questo avvenimento che celebriamo, a rinnovare il nostro animo e la nostra azione», sottolinea il Cardinale aprendo l’omelia.
È il Dio, come scriveva Charles Peguy, che «non aveva bisogno di noi» e che, pure, venendo «in mezzo a noi», dimostra tutta l’importanza dell’uomo «mettendolo radicalmente al centro». Il Dio «che non si è lasciato identificare con un mito o un’idea», ma che nella sua concretezza, proprio per questo, prende in considerazione non in astratto «ciascuno, personalmente e singolarmente, abbracciando ogni uomo nella sua intera umanità, nella sua inviolabile dignità, nelle sue relazioni costitutive».
Anzitutto in quella familiare di cui è emblema potente «la santa famiglia di Nazareth che, anche oggi, mantiene tutta la sua benefica attualità e attrattiva», scandisce Scola. Per questo il Natale compreso nel suo vero significato – al di là di segni pur importanti come le luci «che brillano nella metropoli anche nella crisi in atto» – mette in gioco la nostra libertà «ponendo ciascuno davanti alla grande e decisiva scelta della vita: «accogliere o rifiutare di essere salvati, cioè assicurati, liberati dalla fragilità, dal peccato e dal terrore della morte».
Seguendo Colui che è venuto a essere la via alla verità e alla vita, anche noi tutti, come figli, camminiamo bene «perché sappiamo dove andare». È il bisogno di salvezza e di senso che attraversa da sempre l’umanità e che trova risposta, appunto, nel Bambino destinato a essere crocifisso.
Dal presepio alla Croce di risurrezione, come ben testimonia la liturgia delle sei domeniche dell’Avvento ambrosiano, è un’unica, vera vita quella che si consuma per noi. «Così che la gloria della sua risurrezione trascini anche noi, se non lo rifiutiamo, nella vita per sempre. Per questo amiamo e promuoviamo la vita dal concepimento fino al suo termine naturale».
Alle parole dell’omelia nella Messa della notte del Natale 1971, pronunciate dal beato Paolo VI e proposte dal Cardinale in italiano, inglese, spagnolo, è, infine, affidato l’augurio: “Questo piccolo Gesù di Bethleem è il punto focale della storia umana: in Lui si concentra ogni cammino umano. Buon Natale”.
E, prima che l’assemblea si sciolga, ancora un pensiero per chi è nel bisogno e per chi, in tante parti del mondo, vive la tragedia della guerra, per i cristiani costretti ad abbandonare le case, per i perseguitati: «Il Dio che si fa uomo metta nel nostro cuore la tenerezza del suo sguardo di fanciullo e ci aiuti a cercare il bell’amore, di cui sono segni evidenti l’accoglienza e la condivisione».
 

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