Nel Santuario di Rho gremito di molte centinaia di persone, il cardinale Scola ha presieduto le esequie di monsignor Giampaolo Citterio, scomparso il 28 luglio

di Annamaria BRACCINI

funerali_citterio (AP)

«Lavoratore instancabile, molto appassionato della persona e attento nella cura dei rapporti. Prete ambrosiano fino al midollo, la cui fisonomia è ben descritta dalle tre parole sottolineate da lui stesso nel proprio testamento: fede, vocazione, passione pastorale».
Così il cardinale Scola, disegna l’immagine che resta a quanti (e sono tanti) hanno voluto bene, conosciuto e apprezzato monsignor Giampaolo Citterio, scomparso all’alba del 28 luglio per una malattia che non ha lasciato scampo. Nel Santuario “Beata Vergine Addolorata” di Rho, dove monsignor Citterio aveva il suo ufficio di Vicario Episcopale di Zona pastorale IV e nelle ultime settimane aveva trovato dimora, sono moltissimi coloro che non hanno voluto mancare alle esequie presiedute dal Cardinale e concelebrate dal cardinale Renato Corti, dall’arcivescovo eletto, monsignor Mario Delpini, dai Vicari Episcopali, Stucchi, Agnesi, Tremolada, Martinelli, in altare maggiore, insieme ai Vicari di Zona e ai Decani della Zona IV, al direttore della Casa dei Padri Oblati di Rho, mentre oltre 350 sacerdoti concelebrano in uno dei transetti.
In prima fila ci sono la sorella di monsignor Citterio, Adele e il fratello Mario, i nipoti e i pronipoti., le autorità militari e civili, tra cui i sindaci di Rho, accompagnato dal Gonfalone, e di Marnate.
Al suo arrivo, nel Santuario già gremito, il cardinale Scola sosta in breve silenziosa preghiera davanti al feretro, posto ai piedi dell’altare, per terra, secondo tradizione; si recita il Rosario con i Misteri della Gloria. In apertura del Rito il Cardinale stesso asperge e incensa il corpo del defunto. Le tre Letture, anch’esse peculiari delle esequie dei Presbiteri, con i brani della Passione secondo Luca, secondo Matteo e secondo Giovanni, preludono all’omelia profonda e commossa.

L’Omelia del Cardinale

«Viviamo questo gesto eucaristico nella convinzione serena della nostra fede che don Giampaolo sia nell’abbraccio della Trinità», dice subito Scola che richiama alcune parole scritte dallo stesso sacerdote scomparso nel testamento redatto nel 2013 alla vigilia della prima operazione: «Una frase semplice, ma universalmente valida per tutti noi. Pur nel riconoscimento della fragilità e della pochezza, don Giampaolo si rivolgeva alle tre persone della Trinità, ringraziando dei doni ricevuti concentrati in tre espressioni di grande significato per noi presbiteri: fede, vocazione, passione pastorale. Realmente queste tre parole descrivono la fisionomia di questo prete ambrosiano fino al midollo che si è speso sino all’ultimo, portando la sua malattia con discrezione e accogliendo, con coscienza lucida e con volontà ferma, l’arrivo del passaggio al Padre. Fu un lavoratore instancabile, molto appassionato della persona e attento nella cura dei rapporti», scandisce ancora il Cardinale approfondendo il senso della Parola di Dio appena proclamata.
«Cosa stiamo vivendo in questo momento nell’ottica della fede? A prima vista la morte può sembrare un terminare nel nulla come molti oggi pensano»
Il pensiero è alle espressioni forti della pagine di Matteo e al Vangelo di Giovanni con quell’affermazione “Pace a voi”, detta da Gesù ai suoi, che deve sostenere, in questo momento, la nostra speranza certa.
«Tutti parliamo di pace, ma la pace profonda è Gesù ed è nel tenero abbraccio di Cristo che don Giampaolo oggi è accompagnato nel suo destino finale di vivere nella Trinità».
Chiaro l’insegnamento: «L’Eucaristia è il modo attraverso noi cristiani possiamo vivere la morte di un prete tanto caro. Essa è un dono: è anticipo della nostra risurrezione. Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi fin da piccoli, l’importanza della partecipazione a questo gesto».
Ma come crescere, allora, in tale responsabilità?
«Chi muore in Gesù partecipa alla sua opera redentiva: così è per don Giampaolo oggi e per tutti i nostri cari che ci hanno preceduto, nella fede in Cristo, all’altra riva».
Da qui il dovere della testimonianza, della «missione nel quotidiano che non ha bisogno di cose strabilianti, ma deve essere vissuta in famiglia, sul luogo di lavoro, nella città, nelle situazioni facili o difficili». Giorno per giorno siamo dei «mandati», suggerisce Scola, «con la modalità che ci ripetiamo perché non resti solo un’idea e il mondo presente non domini su quello definitivo dell’amore della verità, sulla Casa piena di porte aperte che è la Trinità. Dal vivere la vita come vocazione scaturisce un compito bello per ciascuno di noi: annunciare la gloria del Signore anche in questo momento carico di dolore»
Con l’invocazione del Prefazio “Signore, è nostro vivo desiderio che il nostro fratello Giampaolo venga annoverato nel Regno celeste tra i santi Pastori del tuo gregge”, l’auspicio.
In conclusione, è don Giuseppe Vegezzi, prevosto e decano di Rho (anche Citterio, prima di diventare nel 2011 Vicario di Zona IV, aveva ricoperto lo stesso ruolo), che rilegge parte del testamento, mentre il nipote francescano di monsignor Citterio padre Marco, dà voce ai ringraziamenti della famiglia. «Possiamo dire con semplicità che attraverso i legami, da lui intrecciati nel tempo, la nostra comunità si sia allargata. Abbiamo dato il nostro consenso per il prelievo delle cornee: è bello pensare che, attraverso questo gesto, un’altra persona possa incontrare la bellezza del Creato e trasmettere l’amore del Creatore»
Infine, il feretro viene accompagnato al cimitero di Rho dove monsignor Citterio, nato il 22 febbraio 1942 a Carugo, ma originario di Santa Maria del Cerro a Cassano Magnago, riposerà.

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