Il cardinale Scola è intervenuto al CineTeatro “Palestrina” in un dibattito con l'editorialista del Corriere della Sera Massimo Franco moderato dal direttore Ferruccio de Bortoli. «Expo potrà essere un’occasione per trasformare la realtà e il bene sociale di vivere insieme in un bene politico. Occorre dare una nuova anima alla città e non possiamo “copiarla da nessuno”»

di Annamaria BRACCINI

palestrina

«È un volume originale perché solleva una responsabilità precisa riguardo alla condizione della nostra Europa e della nostra Milano. Il fatto che un notista politico scriva un saggio come questo, è la conferma che il mondo europeo non potrà che fare i conti, a tutti i livelli, con la grande figura di papa Francesco»

Dice così il cardinale Scola nel suo articolato intervento alla presentazione del volume dell’editorialista del “Corriere della Sera” Massimo Franco, “Il Vaticano secondo Francesco” (Mondadori Editore). Moderato dal direttore dello stesso “Corriere”, Ferruccio de Bortoli, l’incontro si è svolto presso un affollatissimo Cinema Teatro “Palestrina”, Sala della Comunità della parrocchia cittadina del SS. Redentore. Presente l’autore, il Cardinale ha così riassunto i temi e le questioni aperte dal testo, «tutte legittime, ma che non mi trovano sempre in consonanza di opinione». Tuttavia, l’identità latino-americana del Papa è «certamente uno degli aspetti più interessanti che l’autore mette in evidenza», anche se «parlare di un nuovo inizio della Chiesa» è per Scola una forzatura

«Partire, invece dalla megacity di Buenos Aires – dieci le megalopoli che sono considerate così definite nel mondo e Milano non è tra queste – per definire Bergoglio come un “animale urbano e un Papa globale, merita attenzione». Infatti, «papa Francesco è figlio di una megalopoli dove, da oltre un decennio, si incrociano, nella sterminata città orizzontale, povertà, disoccupazione, crimine, integrazione, dialogo interreligioso e diritti individuali e ruolo della Chiesa».

Insomma, la capitale argentina è un “poliedro” sfaccettato, ma unitario nel suo complesso, anzi compatto nella diversità dei suoi frammenti. È questa “base” che, secondo il Cardinale, aiuta a comprendere lo stile con cui Bergoglio sta esercitando il ministero petrino e l’interpretazione culturale di tali radici potrà essere utile per comprendere il senso della riforma a cui si appresta.

E se l’immagine di papa Francesco, talvolta trattata in modo un poco agiografica, rimane comunque «la sua capacità di suscitare l’attrazione della testimonianza cristiana, non riducendola al semplice buon esempio», il salto di qualità che il cristianesimo soprattutto in Europa «deve fare è passare da una proposta troppo dottrinalistica a una documentazione della bellezza, verità e bontà del rapporto con Cristo». Testimonianza necessaria «per vivere un’esistenza più vera già, qui e ora, anticipo di quella eternità che è entrata nel tempo con Gesù».

«Milano, purtroppo, – riflette il Cardinale – non presenta ancora la configurazione del poliedro, ma rimane realtà frammentata, in cui l’Expo potrà, però, essere un’occasione per trasformare la realtà e il bene sociale di vivere insieme in un bene politico. Occorre dare una nuova anima alla città e non possiamo “copiarla da nessuno”».

La questione è quella, carissima all’Arcivescovo, di impegnarsi per un nuovo Umanesimo, «facendo unità e ridefinendo l’identità della persona secondo il suo essere sempre un “io-in-relazione” con gli altri».

Fare sinergia, dialogare, “parlarsi”, essere solidali e non frammentati: questa la scommessa, nella quale i cristiani hanno tanto da dare e da dire, se – come spiega de Bortoli – «Milano vive una sorta di circolarità che talvolta è riuscita a mettere insieme le sue anime e eccellenze grazie anzitutto alla religione e alla cultura».

E, così, la tesi di Massimo Franco che «si possa considerare Milano – più ancora che Roma, troppo schiacciata sulla sua immagine di governo e “curiale” – la capitale del cattolicesimo», e che quindi «se il cattolicesimo europeo può tornare a dire qualcosa sarà da Milano, “laboratorio” per la religione, la politica, l’economia e per il radicamento della sua tradizione di fede», pone l’interrogativo su alcune problematicità del Papato presente, come il vivere nella “Casa Santa Marta”.

«Bergoglio ha portato in Vaticano “la teologia della povertà”, versione argentina depurata dal marxismo della “Teologia della liberazione”. Ma questo modello può essere adatto alla Chiesa universale?», si chiede, infatti, l’autore. Qui può essere il grande ruolo della Chiesa ambrosiana, nel «coniugare e affiancare al modello sudamericano quello europeo e italiano».

«Penso – osserva il Cardinale – che queste complessità siano reali, ma possano essere lette in una dimensione che metta al lavoro tutti noi in vista di una loro soluzione. Marcherei di più l’aspetto positivo, che la problematicità, ad esempio, nell’inedita presenza dei due Papi: è riduttivo pensare che Benedetto sia stato “costretto a dimettersi”.».

Anche sull’Europa, l’Arcivescovo è chiaro: «Non c’è dubbio che le Chiese europee siano stanche come noi tutti. Le due crisi vanno di apri passo. Pensiamo alla domanda di Elliot, “È la Chiesa che ha abbandonato il mondo o il mondo, la Chiesa?”. Questo Pontificato è una sfida perché è vero che occorre trovare un sintesi tra le sue radici e quelle inestirpabili della cultura europea che non riesce a comunicare se stessa perché ormai è troppo frammentata. Certamente, le dimissioni di Benedetto sono state un fatto traumatico, ma l’inizio del nuovo Papato, è benefico, perché costringe anche i Cardinali e l’Episcopato mondiale a riposizionarsi rispetto al rapporto con Cristo e in una Chiesa che è trasparenza dell’azione salvifica di Cristo per l’uomo d’oggi».

Il pensiero è per il cammino della nostra Chiesa il cui Consiglio Episcopale ancor prima dell’elezione di Bergoglio, stata componendo la Lettera pastorale “Il campo è il mondo”. «Ci siamo resi conto, così, che le periferie sono soprattutto antropologiche, diventando quindi, decisiva l’opzione privilegiata per i poveri quale opzione teologica», come scrive papa Francesco.

E, infine, non manca una sottolineatura su quello che Scola chiama «il senso di unità del Collegio cardinalizio ed episcopale che è molto forte e molto superiore agli elementi di divisione».

A fronte di un presunto schieramento compatto dei Cardinali in Conclave in chiave anti italiana per l’elezione di un papa “nuovo” in tutti i sensi – “Francesco non si pone in una contrapposizione tra ovest e est, ma semmai tra nord e sud del mondo”, evidenzia Franco –, l’Arcivescovo dice: «La dialettica, nei momenti decisionali, esiste ma al di là della pluralità di opinioni vi assicuro che l’unità del Collegio è molto forte. Ciò viene dalla coscienza che, siamo poveri uomini, ma portiamo tra le mani il tesoro inestimabile della compagnia quotidiana con la Trinità. Ho molta fiducia e speranza e da questo può di vista reputo che tanti problemi, pur reali, si risolvono grazie l’esistenza e al soffio dello Spirito. Papa Francesco è una grande fioritura e mobiliterà una riforma ecclesiale che sarà piena di speranza per tutta l’umanità».

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