Il cardinale Scola ha presieduto in Duomo la Celebrazione per la VI e ultima domenica dell’Avvento ambrosiano. Maria sia il simbolo della nostra libertà nell’accogliere Gesù

di Annamaria BRACCINI

Annunciazione Beccafumi

Essere in ascolto del Dio che viene con un atteggiamento di risposta che è emblema della libertà umana e dimensione fondamentale per vivere autenticamente questi ultimi giorni di preparazione al Natale.

Lo dice il cardinale Scola che in Duomo, nella VI domenica dell’Avvento ambrosiano, conclude la sua predicazione nell’attesa dell’Atteso. Come Maria, nel tratto essenziale di un “cuore povero”, sa ascoltare l’Angelo, il mandato da Dio, anche noi, infatti, dobbiamo imparare ad accogliere e a rispondere il nostro “sì”. Solo così, suggerisce l’Arcivescovo, possiamo comprendere lo straordinario e insieme umanissimo evento, il mistero dell’incarnazione.

In Cattedrale sono in migliaia ad ascoltare l’Arcivescovo – nel complesso oltre cinquantamila persone hanno seguito le Celebrazioni di Avvento – tra loro, specificamente invitati questa settimana, gli aderenti alle Acli, con il presidente di Milano e Monza-Brianza, Petracca, l’Unitalsi, tanti i volontari e i malati guidati dal presidente regionale De Carli, l’Equipe Notre Dame, i Gruppi e Associazioni di spiritualià familiare. Concelebrano tra gli altri, l’Assistente lombardo dell’Unitalsi, monsignor Giovanni Frigerio con tutti gli assistenti regionali e l’assistente delle Acli don Raffaello Ciccone.

La domanda coglie il cuore di ciascuno: Come comprendere, appunto, «la divina Maternità di Maria, che si celebra in questa ultima domenica di Avvento»?.

Insomma la nascita di Gesù da quella giovane e sconosciuta donna chiamata a fare esperienza di come lo Spirito fecondi la sua carne con una potenza invisibile ma santificatrice, carica della fecondità che è potenza del bell’amore»?

Basterebbe pensare alla nascita di ogni bambino, «alla novità che il suo venire al mondo introduce nella vita di tutti. Anche se desiderata, anche se è stata preparata, anche se attesa con tutto il cuore, quando avviene, la nascita supera tutte le nostre aspettative», spiega Scola. Ma occorre, appunto, dire il nostro “sì” e non dimenticare, davanti al Bimbo di Betlemme, che la vita è vocazione da sperimentare nella libertà e nella Grazia. «Grazia che non sarebbe veramente tale senza la libertà di Colui che la dona e quella di colui che riceve», come si legge nel brano evangelico di Luca che narra il dialogo serrato tra Maria e l’Angelo.

«Lo scambio tra Gabriele e la Vergine mostra chiaramente una verità straordinaria che spesso rischiamo di dimenticare: la vita è vocazione. Attraverso ciò che accade nella realtà, che è una trama di situazioni, circostanze e rapporti, la libertà di Dio chiama la libertà dell’uomo e la mia, la tua, la nostra libertà risponde. La libertà della creatura ,essendo una libertà finita ha sempre il carattere della risposta. Se Dio, che è Dio, viene tra noi, allora noi gli dobbiamo una risposta che lo si riconosca o meno, che lo si dimentichi, che addirittura si pensi di poter negare Dio stesso. La domanda di senso è dentro, volenti o nolenti, in ogni nostra azione», scandisce il Cardinale.

«È solo nella disponibilità ad ascoltare, a ricevere, a lasciarsi fare, a farsi poveri evangelicamente», che ritroviamo la nostra vera natura. Per questo, per non dimenticare una disponibilità che smarriamo spesso, per educarci, è necessario seguire quotidianamente la Parola di Dio, i Sacramenti, le virtù.

«I beni materiali e spirituali che possediamo, le sicurezze della vita di noi uomini di un nord del pianeta che resta ricco, tendono a censurare questo bisogno di lasciarci fare, ad illuderci che possiamo farcela da soli. E così tutte ricchezze, i talenti che ci sono stati dati, ci rendono “sordi” e incapaci di ascolto».

In gioco c’è la risposta, quella che cambia la vita anche se non è mai scontata, né facile. «È sempre “drammatica”, perché sempre implica la libertà che deve accettare un’inevitabile rottura della misura puramente umana di fronte a un annuncio e una nascita divini, implicando, dunque, una radicale conversione del pensiero e dell’azione».

Solo da questa accettazione “oltre” noi, da questa adesione il cui esempio è Maria «viene la pace dei nostri quartieri, tra i nostri amici, nella società, come costruzione di umanesimo nuovo da sperimentare con cuore lieto», come descrive Paolo nella Lettera ai Filippesi. «Di questo sguardo e di questo atteggiamento che sa valorizzare, incoraggiare e sostenere ogni spunto di bene, di verità e di giustizia abbiamo tutti, donne e uomini non solo della nostra metropoli, un estremo bisogno. Lasciamoci accompagnare da Maria su questa strada di umana realizzazione», conclude l’Arcivescovo.

E, prima dell’affettuoso saluto finale ai fedeli – specie ai malati e agli animatori Unitalsi della Compagnia dei Colori che accompagnano e aiutano i più piccoli nei pellegrinaggi a Lourdes – ancora una raccomandazione: «È molto importante avere in casa un piccolo segno, un presepe, magari povero e semplice, perché la nostra finitezza ha bisogno di vedere per ricordare».

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