Il Cardinale è intervenuto, presso il Centro Pastorale, al Convegno che ha aperto i 100 anni della Fom. Ai moltissimi partecipanti ha indicato la necessità di un oratorio aperto a tutti – anche ai ragazzi musulmani -, ma con un’identità chiara, capace di educare integralmente

di Annamaria BRACCINI

100 anni Fom

“L’oratorio sia comunità educante, aperta a tutti, ma con un’identità di appartenenza chiara al Signore. Sia spazio formativo integrale da vivere con generosità, gratuità e semplicità, senza moltiplicare eventi e strutture, ma guardando all’essenziale, all’annuncio di Gesù”.
Non ha dubbi il cardinale Scola che, in un affollato Centro Pastorale di Seveso, tra ragazzi, sacerdoti, educatori di tutte le età, laici religiosi e suore festeggia, con i Vicari episcopali di Zona e i responsabili della Pastorale giovanile, il secolo di vita della Fondazione degli Oratori Milanesi.
«Un’occasione importante perché oggi, guardando al futuro, ci inseriamo in una storia lunga un secolo, un cammino che significa tanto, anche affettivamente, per molti di noi che in oratorio abbiamo imparato a crescere nella fede e a sentirci parte della Chiesa», riflette, in apertura, il Vicario episcopale per la Pastorale Giovanile, monsignor Pierantonio Tremolada.
Si prega, si canta, si recita la preghiera del centenario, l’Arcivescovo consegna i Diplomi di abilitazione per responsabili di istituzioni giovanili a 31 persone: venticinque direttori di oratorio e sei responsabili di Centro giovanile (79 gli abilitati l’anno scorso, per un totale di 110 diplomati).
Don Samuele Marelli, direttore della Fom e responsabile del Servizio Ragazzi, Adolescenti e Oratorio, dice, parafrasando il titolo dell’Assemblea di quest’anno, «La nostra “avventura bellissima”, possiede quattro i punti luminosi: la grande storia di popolo da cui nasce la Fom, voluta dal cardinale Ferrari il 7 novembre del 1913 in un luogo, la diocesi, dove sono oltre mille gli oratori, un sesto di quelli presenti sull’intero territorio nazionale».
E, ancora, la seconda e la terza ‘luce’: «la vivacità e le persone che animano, i ragazzi e chi custodisce “questa bellezza” con una gratuità sincera, sinfonica, generosa». Infine, «l’esperienza oratoriana nel suo complesso che, anche se migliorabile, è eccezionale anche per l’eredità che abbiamo ricevuto».
Da qui, altrettante sfide: “sapere rispondere adeguatamente all’individualismo, mantenere un difficile equilibrio tra l’accoglienza verso tutti e la necessità di un’identità chiara, riuscire a riconoscersi in modo certo, anche in contesti come le Comunità pastorali, cogliendo il rapporto tra il cammino dell’iniziazione cristiana e gli oratori, consapevoli delle indicazioni pastorali indicate a tutti noi».
E si arriva la momento clou dell’intensa mattinata: il Cardinale dialoga con un giovane sacerdote, don Simone della Comunità pastorale San Fermo Martire di Nerviano, con Anna, 26 anni, educatrice del Gruppo adolescenti all’oratorio San Luigi a Sesto San Giovanni e con Andrea, 16 anni di Cesano Maderno, che proprio in oratorio ha ritrovato un suo equilibrio.
«Ringrazio attraverso voi, le migliaia e migliaia di persone che sono coinvolte in questa straordinaria occasione di vita», dice subito l’Arcivescovo. «La realtà che voi rappresentate è, unitamente ai cammini di iniziazione cristiana, uno dei fattori più preziosi e decisivi per la vita della nostra Chiesa».
Ma qual è lo scopo profondo dell’oratorio, si chiede, rispondendo alle sollecitazioni degli interventi appena ascoltati, ricchi di entusiasmo, ma anche di complessità. «L’unico scopo è annunciare Gesù come incontro e avvenimento che assicura la riuscita piena nell’esistenza. La parola felicità coniugata alla libertà rappresenta il cuore della proposta di Gesù e, non a caso, sono esattamente queste le due parole che sono, oggi, sulla bocca dei giovani. Se vi è un tempo in cui il Vangelo è attuale è proprio questo».
La questione rimane la comunicazione di questa esperienza di crescita.
«Il problema fondamentale è la frammentarietà dell’esperienza giornaliera che passa attraverso i diversi ambiti di vita senza compenetrarli. Educare – scandisce l’Arcivescovo – implica proprio un’integralità della proposta in grado di andare incontro alla naturale ricerca di unità della persona, che ha la sua risposta solo in Gesù».
Occorre, dunque, trovare le forme per accompagnare il giovane – anche gli adulti – nei tanti frammenti e ambienti di vita che sperimenta.
Due le condizioni per concretizzare un tale annuncio, suggerisce il Cardinale «Comunicare l’amore di Cristo, che ama per primo, integralmente, come se ogni istante fosse l’ultimo», e così insegnare la gratuità e un’‘appartenenza’ alla Sua sequela che non è evidentemente un ’chiudersi’, ma anzi uno spalancarsi, nella libertà, agli altri. Responsabilità formativa – questa–, che non può essere assunta dai singoli ma solo dalla comunità «formata da tutti i soggetti che hanno a che fare stabilmente con gli ambiti esistenziali del giovane. Comunità educante, unita e sinergica in un coinvolgimento comunionale capace, anche per gli adulti, di divenire fonte di formazione permanente e di autocrescita».
Un “educare, quindi, lasciandosi educare”, come l’Arcivescovo sottolinea, rispondendo a Silvia, mamma impegnata nell’oratorio San Pietro Martire a Cinisello Balsamo e a Stefano volontario dell’oratorio don Bosco di Carugate, che chiedono quali siano le priorità per chi vuole avere un ruolo attivo, ma anche quale la direzione da prendere in strutture grandi e radicate sul territorio, come è, appunto, quella di Carugate.
Sintetica ed estremamente chiara la risposta: «L’oratorio deve essere una proposta aperta a tutti, anche ai ragazzi musulmani», ma con un’identità specifica. «La ragion d’essere dell’oratorio è la ragion d’essere della Chiesa – l’educazione–, che significa l’incontro di tutta la persona con tutta la realtà. Se non viviamo ciò che papa Francesco chiama la “cultura dell’incontro”, è evidente che non si educa in senso autentico. Se non inseriamo i nostri tanti eventi nelle forza vitale che viene da Cristo vivo, non si fa vera formazione».
Due quelle che Scola definisce le conseguenze pratiche che, da questa prospettiva, derivano: «L’oratorio, pur mantenendo il suo compito privilegiato di educazione dei bimbi e dei giovani, deve diventare sempre più ambito di incontro anche per gli adulti», con una semplificazione delle strutture, senza deleghe “in bianco”, ma coinvolgendo in prima persona ogni sua singola componente.
«Abbiamo mille oratori, una tesoro unico: apriamo le strutture a diverse realtà ed esperienze, movimenti e associazioni, ne maturerà il criterio dell’unità nella pluriformità», conclude il Cardinale che poco dopo benedice le sette fiaccole, una per ogni Zona pastorale della diocesi, simbolo della Fom come presenza di comunione. Piccole torce che verranno portate nei Decanati in questi mesi per riunirsi a Milano, in piazza Duomo, il 23 maggio nel grande incontro degli animatori. Vengono consegnate, per primi, ai rappresentanti del Decanato Città studi (Zona I), Tradate (II), Merate (III), Castano primo (IV), Vimercate (V), San Donato (VI), Cernusco sul Naviglio (VII).
Ormai è ufficialmente aperto l’Anno centenario della Fom che, con il su slogan “ricordare, celebrare e sognare” come spiega don Marelli, sarà ricchissimo di eventi, tra cui spicca la tappa ambrosiana della peregrinatio mondiale dell’Urna di don Bosco che, eccezionalmente, rimarrà in diocesi per ben cinque giorni, dal 31 gennaio al 4 febbraio 2014.
E l’impressione è davvero quella di una grande ricchezza, come sottolinea monsignor Tremolada, che ricorda, in ultimo, il richiamo «all’essenziale, venuto dall’Arcivescovo, con la duplice modalità del gratuito e dell’integrale e la risposta alle esigenze di unificazione, senza chiusure».

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