Nella ricorrenza dedicata ai Defunti, il cardinale Scola ha presieduto Celebrazioni eucaristiche nel Cimitero di Bruzzano e in Duomo. Chiaro il suo appello a vivere una vita autentica e, quindi, condivisa nella rigenerazione dei rapporti, come cristiani e cittadini

di Annamaria BRACCINI

defunti Duomo

«La nostra speranza non delude ed è affidabile perché è fondata sull’amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori». Il cardinale Scola è in Duomo dove presiede la Celebrazione eucaristica per i Defunti, concelebrata dai Canonici del Capitolo Metropolitano.

E la sua prima parola è, appunto di speranza, proprio perché – riflette nell’omelia – «quello tra noi e i nostri cari trapassati non è un fossato incolmabile, perché Cristo nel movimento di Risurrezione sta trascinando con sé tutta la famiglia umana e l’intero cosmo nella definitiva vita eterna».

Cita, l’Arcivescovo, papa Francesco – «gli antichi cristiani dipingevano la speranza con un’ancora, così anche noi dobbiamo tenere i nostri cuori ancorati a Gesù» – e papa Paolo VI nel suo splendido “Pensiero alla morte”, «un grande aiuto a vivere bene questa Eucaristia, nel ricordo dei nostri cari passati all’altra vita». Il Pontefice oggi beato che scriveva: “Povera vita stentata, gretta, meschina, tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, di infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di sant’Agostino miseria e misericordia, miseria mia e misericordia di Dio. Ch’io possa onorare Chi Tu sei, il Dio di infinita bontà”.

«È il grande abbraccio, la tenerezza della misericordia in cui i defunti, ne siamo certi in virtù della speranza affidabile, sono già immersi», nota il Cardinale, ma è «anche la misericordia che, come prerogativa divina, rende possibile sempre un nuovo inizio umano». Quella misericordia che «fruttifica perché muove la nostra libertà e crea la responsabilità».

Da qui l’invito che si fa auspicio e domanda precisa: «Nella Comunione dei Santi e con tutti i nostri cari trapassati sentiamo questa responsabilità anzitutto in vista della rigenerazione dei rapporti».

Il riferimento è alla prima Lettura: «Se potessimo toccare con mano che siamo espressione della Gerusalemme nuova, Celeste, di questa città Santa, realmente potremmo partecipare negli affetti, nella fecondità che producono, al grande mistero nuziale che è proprio di ogni vero amore e che si esprime bene nel rapporto che abbiamo con i nostri fratelli defunti. Partecipare a questa rigenerazione dei rapporti significa accettare il compito di edificare una vita buona nelle nostre realtà milanesi e relazioni di amicizia civica».

L’insegnamento è quello di papa Benedetto XVI, nella Caritas in Veritate, quando afferma: “la società non è promossa solo da rapporti di diritti e doveri, ma da relazioni di gratuità, misericordia e comunione”. Infine la speranza, appunto, affidabile: «L’intercessione de nostri defunti possa produrre nelle nostre Comunità cristiane e nella società civile questa rigenerazione di rapporti. Abbiamo fiducia nella misericordia di Dio, affidiamoci al Signore perché ci tenga vicino al volto amato di Gesù in questa situazione di eccessiva liquidità e fluttuazione».

Un invito, questo, che il Cardinale – pur con accenti differenti – aveva sottolineato anche nel pomeriggio nel Cimitero di Bruzzano, indicando quanto l’amore sia più forte della morte, quella umana, proprio perché il Signore ha sconfitto per sempre la morte.

Di fronte a centinaia di persone che si affollano nell’ampio spazio all’ingresso, per la Messa concelebrata da dodici sacerdoti, tra cui il Decano di Affori, don Lucchina, dal parroco di Bruzzano, don Selmi, altri presbiteri di chiese del territorio e diaconi come Claudio Moneta che si occupa della Pastorale del Cimitero e i Padri Comboniani che assicurano le tre celebrazioni settimanali, l’Arcivescovo dice: «Chiediamoci perché siamo qui».

«Certamente per la gratitudine verso tanti nostri cari che ci hanno accompagnato fin dall’infanzia, ma se questo ci limitasse a una nostalgia del passato, non raggiungeremmo compiutamente il senso di questo gesto. Il vero motivo per cui siamo riuniti in questo Cimitero è espresso dall’Eucaristia, attraverso la quale desideriamo vivere fin da ora e per sempre con il Signore. L’Eucaristia già anticipa quel destino di Risurrezione a cui tutti siamo chiamati e a cui affidiamo tutti i nostri cari trapassati. Con l’Eucaristia assumiamo la responsabilità della nostra fede: testimoniare a tutti i nostri fratelli uomini che c’è un anticipo di eternità nella nostra vita terrena e vi sono dei segni di questo laddove intuiamo che l’amore e più forte della morte».

L’anticipo è la capacità di amare per sempre «nella vocazione che ci viene donata, nel matrimonio o nella consacrazione al Signore», e, poi, c’è la grande esperienza che esiste fin da ora nella Comunione dei Santi, «una circolazione di affetti con i nostri cari» dove loro pregano per noi e noi possiamo farlo per loro.

Ed è proprio nel richiamo alla vita che non finisce e alla responsabilità che ne viene, che il Cardinale scandisce: «Accogliamo il compito di lasciarci rigenerare al destino eterno a cui siamo chiamati, come Chiesa e come famiglia umana, essendo autentici cristiani e cittadini. Tutta questa fascia della periferia, sorta negli anni Sessanta, ha bisogno oggi di essere segno di rigenerazione per la città intera. Siate portatori di una cittadinanza piena, capace di sopportare i disagi e le fatiche che i grandi mutamenti in atto creano, capace di perdonare gli elementi di male con cui dobbiamo fare i conti. Diventiamo cristiani autentici e cittadini veramente civici, appassionati di amicizia civica, di equilibrata convivenza, di partecipazione a partire dalla famiglia, dal quartiere, dal condominio, in grado di non mettere i diritti contro i doveri di non sentire la legge come un obbligo da evitare . Solo quando diritto, doveri e legge si accompagnano una civiltà diventa tale. Questo chiede Milano, a partire dai rapporti primi nella famiglia fino alla condivisione e alla solidarietà verso chi è nel bisogno, nella necessità e nell’emergenza. Affidiamo alla Madonna tutto quanto è nel nostro cuore».

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