Questa mattina l'Arcivescovo ha incontrato i piccoli pazienti del reparto di chirurgia pediatrica della clinica Mangiagalli. «Il dolore degli innocenti è un pugno allo stomaco per noi adulti», ha detto a margine della visita. Il Cardinale ha poi celebrato la messa nella cappella dell'ospedale dedicata ai Santi innocenti martiri

di Stefania CECCHETTI

Scola Mangiagalli

Il dolore dei bambini è il dolore innocente per definizione. Il più duro da accettare. «Un pugno nello stomaco, per noi adulti», ha detto il cardinale Angelo Scola questa mattina a margine della sua visita al reparto di chirurgia pediatrica della Clinica Mangiagalli, definita la “culla dei milanesi” per l’alto numero di nascite, in media 18 al giorno, che si registrano in questo ospedale.

L’occasione era data dalla festa dei Santi innocenti martiri, che si celebra il 28 dicembre. Il tradizionale incontro dell’Arcivescovo, però, viene di solito anticipato a prima di Natale, per permettere una maggiore partecipazione e lo scambio degli auguri tra pazienti e dipendenti dell’ospedale e il loro parroco. Fin dal Rinascimento, infatti, l’Arcivescovo è anche il parroco dell’Ospedale Maggiore di Milano, l’antica «Ca’ Granda», di cui il Policlinico e la Mangiagalli fanno parte.

«Negli occhi di questi bambini ho visto quell’innocenza che ci riporta alla festa di oggi – ha detto l’Arcivescovo durante la santa messa celebrata alla fine della visita, nella cappella dell’ospedale dedicata proprio ai Santi innocenti martiri -. I piccoli sono capaci, in ogni occasione, di stupore e serietà nello stesso tempo». «È impossibile negare – ha poi aggiunto – che il mistero di questa festa ci conturba. Come possiamo pensare al martirio di chi non è ancora giunto a coscienza? Come possiamo concepire il dolore di questi bambini e dei loro genitori? Ciò è possibile solo nella contemplazione del Cristo risorto». Del resto, «la gioia grande e la speranza affidabile per la nascita di Gesù» si intrecciano subito col sangue, come la liturgia ben sottolinea con la festa di Santo Stefano e quella degli Innocenti che seguono immediatamente il Natale. E anche l’esperienza di tutti gli uomini «è un intreccio di vita, dolore e morte». Lo sapeva bene don Gnocchi, che spiegava così il dolore ai suoi mutiliatini, come un “anticipo” della Resurrezione.

I bambini soffrono non solo quando sono malati: «I più piccoli – ha detto l’Arcivescovo – sono diventati soggetti fragili in questa nostra Europa, caratterizzata da una società frammentata, che non favorisce una loro crescita armonica. Non sappiamo comunicare loro la ricchezza della nostra tradizione. Li riempiamo di beni materiali senza dare loro il bene più grande: il senso della vita».

E commentando il recente caso del bambino rom di pochi mesi, morto nel gelo di una roulotte in un campo nomadi di Milano, Scola ha detto: «Fatti tragici come questi devono servire da provocazione per il risveglio della nostra città. Milano ha molte potenzialità, ma deve ritrovare il senso di quella “amicizia civica” che era per Aristotele il fondamento della società». E ha proseguito: «Milano ha bisogno di un nuovo umanesimo, di trovare un senso di marcia comune, e penso che i cristiani possano dare il loro apporto perché la città diventi quella metropoli che è chiamata a essere».

Una città in cui si possa vivere secondo «sobrietà, giustizia e pietà», come esortava a fare San Paolo nella lettera a Tito. Un augurio che il Cardinale ha rivolto in particolare agli operatori della Mangiagalli, perché a queste virtù sia sempre improntato il lavoro di chi opera in una struttura di cura. Milano, del resto, ha sempre messo la sanità e l’attenzione ai malati al centro della sua azione, come dimostra anche «l’ambizioso progetto per ampliare questo ospedale e mantenerlo nel cuore pulsante della città».

E rivolgendosi ai volontari, e in particolare a quelli del Centro aiuto alla vita ambrosiano che opera all’interno della Mangiagalli, Scola ha detto: «Grazie per tutto quello che fate per evitare il ricorso all’aborto. Non voglio gettare una croce addosso alle donne, ma non possiamo non riconoscere che l’aborto è sempre una sconfitta. Dobbiamo guardare in faccia questa terribile esperienza, diffusa in tutto il mondo, perché l’umanità possa ravvedersi e creare una società in cui ci sia spazio per tutti».

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