Il Cardinale nell’antichissima basilica milanese dei Santi Apostoli e Nazaro Maggiore ha presieduto il rito di consacrazione dell’“Ordo Virginum”. Quattro le nuove sorelle consacrate

di Annamaria BRACCINI

ordo virginum 2014

La consacrazione nell’Ordo Virginum e la responsabilità di testimoniare quanto il donarsi per intero al Signore, nella vita appunto verginale continuando a vivere nel mondo, sia esempio di un amore completo, effettivo che sa rispettare se stessi e gli altri.
Il cardinale Sola è nella basilica dei santi Apostoli e Nazaro Maggiore – una delle basiliche “matrici” della nostra Diocesi – per il rito della “Consecratio Virginum”, attraverso il quale quattro donne ambrosiane – Rosa Azzoli, Daniela Galardi, Laura Maffezzoni, Virna Paghini, di età e professioni diverse, entrano nell’“Ordo Virginum”, aggiungendosi alle oltre cento già presnti nella Chiesa di Milano.
«Siamo molto contenti che, alla vigilia del compimento del suo ventitreesimo anno di Ministero episcopale, lei, cara Eminenza, possa unire nell’impegno definitivo queste sorelle. Un segno di quell’unità, chiesta all’intera Chiesa ambrosiana, che potrà contagiare e risplendere ancor di più per la speranza di tanti», dice, in apertura, rivolgendosi direttamente all’Arcivescovo, monsignor Ambrogio Piantanida, referente diocesano per l’“Ordo Virginum” e l’“Ordo Viduarum”.
Nella chiesa gremita di consorelle, parenti, amici, fedeli provenienti dalle parrocchie di appartenenza delle consacrande e di quelli della Comunità Pastorale “Santi Apostoli”, concelebrano l’Eucaristia quindici sacerdoti tra cui il vicario episcopale per Milano, mons. Carlo Faccendini, l’assistente ecclesiastico dell’“Ordo”, don Giambattista Biffi e il responsabile della Comunità pastorale ospitante, don Claudio Nora. Tutti saluta, il Cardinale, con quella che definisce, «un’intensa gioia alla quale facciamo corona».
D’altra parte, il passo delle nuove quattro appartenenti all’Ordine delle Vergini è per l’Arcivescovo «estremamente significativo, coincidendo, quest’anno, con un evento di straordinaria importanza».
Infatti, dopo anni di lavoro, i Vescovi italiani in marzo 2014 hanno licenziato una Nota pastorale proprio sull’ “Ordo”, «questa antica forma di consacrazione, che il Concilio ha voluto ripristinare».
Forma che è – sottolinea Scola – in se stessa missionaria e attraverso la quale «possiamo constatare un dato singolare e spesso dimenticato». Ossia, la difficoltà di far capire ai giovani il senso e il valore della consacrazione a Dio nella vita verginale che «significa accogliere come dono la risposta alla domanda di amore sponsale che è propria di ogni uomo e donna. Per secoli questo aspetto è stato messo in ombra e, ormai, non è più immediato vedere il nesso tra il dono della chiamata sponsale alla dimensione verginale e il compimento della dimensione affettiva dell’esistenza».
Ma proprio l’“Ordo Virginum”, realizzando questa forma «difficilissima di Sequela Christi sine glossa – che l’Arcivescovo chiama un “partire senza partire, restando nel mondo” – , può far comprendere «il dono bello della verginità e la sua capacità di rispondere alle dimensioni costitutive dell’umano».
E per rendere più esplicita la sua riflessione, il Cardinale fa riferimento alle Letture: Osea, Apocalisse e l’episodio evangelico giovanneo dell’incontro di Maria di Màgdala con Gesù creduto il giardiniere. «La seduzione da parte di Dio, nel senso descritto dal profeta Osea, è la modalità con cui Egli muove gli affetti di queste quattro donne verso un amore di Cristo totale, che diviene amore effettivo ed elettivo. C’e una natura nuziale della vita verginale che suggerisce la fedeltà, il durare per sempre, la consapevolezza che la morte è meno forte dell’amore». Come Maria va al sepolcro e viene premiata dallo stare davanti a Gesù, anche in noi il Signore, che si è fatto incontrare, suscita il desiderio di conoscerlo sempre più. «Attraverso la chiamata alla consacrazione Cristo si fa riconoscere perché lo possiate finalmente conoscere e così conoscere voi stesse fino in fondo», prosegue il Cardinale.
«Il “non mi trattenere” pronunciato da Gesù definisce il distacco che è domandato alle vergini, come conseguenza di un possesso nuovo di sé che Cristo ci concede. La verginità è possedere nel distacco».
Una modalità per “vedere” nell’autenticità – suggerisce ancora –: infatti, solo a una giusta distanza si può ammirare la bellezza di una tela o di un’opera d’arte.
Infine, il richiamo è all’unità della persona, necessaria in ognuno, ma che, per le consacrate, come osserva la Nota della Cei, è fondante, essendo «la verginità consacrata, principio di unità della vita, perché caratterizza la conformità a Cristo, stabilendo un legame di amore definitivo con il Signore».
L’unità, un punto critico nell’esistenza dei cristiani sopratutto in Europa, oggi,: «Siamo frammentati, “divisi in due”, senza che l’azione abbia una reale forma “cristica”, quale traduzione di quell’amore totale per il Signore che risulta convincente in ogni ambito dell’azione, nel lavoro come nel riposo, nell’educazione dei nostri giovani e nell’edificazione di una società giusta».
Da qui l’auspicio: «Preghiamo per questa unità, perché le vocazioni fioriscano e perché si trovi il gusto del matrimonio cristiano con la benedizione della fecondità nella generazione dei figli, quale luogo della riuscita piena della vita e via di santità».
Dopo, i momenti dell’intensa liturgia della consacrazione, con, il “Sì, lo voglio”, le Litanie dei Santi, il rinnovo del proposito di castità, la preghiera di consacrazione, la consegna dell’anello – che esprime l’unione sponsale con Cristo – e del Libro delle Ore. E, al termine dell’Eucaristia, dopo lo splendido canto meditativo con le parole di Iacopone da Todi e il Magnificat, l’applauso che nasce spontaneo.

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