Nel dialogo-dibattito con il filosofo Giorello, svoltosi in Statale in occasione di Bookcity 2014, il cardinale Scola ha definito il senso del nutrimento spirituale e materiale dell’uomo come contesto nel quale inserire le domande fondamentali della vita

di Annamaria BRACCINI

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La fame e la sete che sono bisogni primari della persona e che, tuttavia, vanno interpretati e intesi nel loro vero significato, ben al di là della pura, concreta, soddisfazione immediata. Proprio perché hanno a che fare con l’io, con la vita, con la sostenibilità del pianeta, con la cultura e la libertà di scelta, essendo, insomma, temi politici in senso ampio e “alto”, poiché attengono alla Polis, alla città, cioè a noi tutti.
Il bell’incontro-dibattito che, presso l’Università degli Studi di Milano, fa dialogare il cardinale Scola e il filosofo della Scienza Giulio Giorello, è molto di più di una ’lezione’ accademica o di un momento culturale inserito nel contesto di Bookcity, è un modo di nutrirsi di quel cibo della mente che sono la parola e l’intelligenza.
Al centro dell’evento, moderato dal caporedattore di Avvenire Roberto Righetto e che si svolge in un’aula 211 – storica per la Statale – gremita di studenti e docenti, c’è il tema “Il nutrimento materiale e spirituale dell’uomo”, approfondito in riferimento al volume dell’Arcivescovo “Cosa nutre la vita? Expo 2015”, che raccoglie il testo integrale del Discorso alla Città tenuto nella Basilica di Sant’Ambrogio il 6 dicembre 2013.
Daniela Candia, uno dei Prorettori dell’Ateneo che porta il saluto del rettore Vago, mette subito a fuoco, come biologa, il contesto della discussione sottolineando «la necessità della difesa dell’ambiente e degli ecosistemi» e, dunque, anche di un’ecologia dell’uomo.
Tema sul quale insiste l’appassionata analisi di Giorello: «La questione drammatica – scandisce – delle risorse alimentari, sia di cibo che di acqua, ha accompagnato tutta l’avventura umana. Ma vi è anche un altro cibo di cui occorre avere consapevolezza: il cibo della parola, come esperienza di mediazione culturale e di sopravvivenza, perché se la libertà di parola viene meno, viene meno l’umanità». D’altra parte lo aveva ben compreso Lutero quando scriveva: “Lasciatemi la parola e mi sentirò libero anche se sarò in prigione” o Adam Smith, allorché sottolineava la fondamentale centralità del ruolo pubblico e delle istituzioni per gestire e salvaguardare l’istruzione, che è appunto parola, «perché il mercato non strangoli la civiltà».
La riflessione si incardina, così, in quelli che Giorello definisce «i due grandi temi antropologici che l’Arcivescovo tocca nel suo volume. Da una parte, noi siamo un intrico di bisogni e di desideri, di esigenze che vanno dalla pura sopravvivenza al miglioramento della nostra condizione; dall’altra esiste una rete dell’intelligenza capace di lavorare su questo stesso intrico».
Intuire tutto questo, anche in vista degli ambiti su cui si interrogherà Expo, suggerisce il filosofo, «è una grande occasione per Milano e per noi che siamo eredi della tradizione illuministica vivendo nella città di Beccaria». La sfida – ma sarebbe meglio dire, appunto, l’occasione – «è quella “del plurale inevitabile”, che comporta la possibilità di relazionarsi, vedendo e confrontando diversi stili di vita». Da qui, l’auspicio di un ritorno all’illuminismo «non perché segni solo il trionfo la ragione, ma perché difende la pluralità nel rispetto dei diritti di tutti, obbligando l’individuo ad assumersi la responsabilità di scelte alle quali ciascuno è chiamato a rispondere in prima persona».
E se l’illuminismo, in questa dimensione da riscoprire, è «una grande lezione di tolleranza», ai cittadini della Milano di oggi rimane il compito «di combattere ogni forma di discriminazione, specie quelle che vengono compiute in nome della religione, con una “resistenza” perpetua sull’esempio di Nelson Mandela o di Martin Luther King».
Convinto della necessità che «questa stessa nostra Milano, in vista del cammino futuro, debba ritrovare un’anima unitaria e dialogante», è anche il Cardinale che evidenzia il ruolo dell’Università «come luogo privilegiato di un’amicizia dove riconoscersi al massimo livello possibile».
«Che l’Arcivescovo sia stato invitato più volte nel vostro Ateneo è un indicatore favorevole in vista di un nuovo umanesimo in cui ritrovare quell’anima unitaria», nota in apertura del suo intervento che prende avvio dal chiedersi cosa sia il nutrimento materiale e spirituale dell’uomo come domanda non scontata. La citazione è da Sant’Agostino – “Nutre la vita solo ciò che la rallegra” – «poiché questa verità pone il problema in termini radicali e una simile concezione “larga” del nutrire permette di situare tutti i fenomeni concreti di cui si parlerà in Expo in un ambito ampio, non isolandoli l’uno dall’altro».
Evidente e dichiarato il riferimento è a papa Francesco che, in Evangelii Gaudium, 53, indica la riduzione del cibo a merce come causa di quella cultura dello scarto e dell’esclusione che discrimina nei suoi bisogni elementari una larga parte dell’umanità.
«Questa – osserva Scola – è un’espressione clamorosa della riduzione anche dei molteplici significati simbolici e relazionali che il tema del nutrimento porta con sé. Il bisogno è un diritto, ma non solo a saziarsi in senso materiale. Il bisogno è, invece, primariamente espressione di fragilità e di mancanza, domanda di altro, di una soddisfazione totale. Non a caso, l’uomo è sempre teso al progetto, ad attribuire significati culturali agli atti necessari a soddisfare il suo bisogno primario. L’apertura di un’intelligenza inventiva e la storia del lavoro documentano questa capacità dell’uomo di affrontare il bisogno stesso».
Insomma, il desiderio e la capacità di riformulare continuamente il bisogno sono la fonte di una creatività straordinaria e segnano il nascere e il progredire della civiltà.
Dunque, se è impossibile affrontare il tema della nutrizione solo i termini quantitativi, occorre chiedersi quale strada percorrere per soddisfare il bisogno in questa ottica di pienezza.
E «la strada è una sola», suggerisce l’Arcivescovo: «riconoscere che l’uomo è sempre un io in relazione».
«Credo che una caratteristica del millennio appena cominciato sia il fatto che la domanda antropologica che l’uomo ha da sempre nel cuore – Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Perché amo e soffro – abbia assunto un carattere di scommessa che implica rischiare e giocarsi».
Due i poli di questa scommessa “pascaliana”: l’uomo non può essere “solo il suo proprio esperimento” come sostiene una certa cultura contemporanea che elimina, così, i temi della persona, della cultura umana, del rispetto e, inoltre, la scommessa va giocata scegliendo la natura relazionale della persona.
Ma per agire tutto questo, come insegna Hegel nella Fenomenologia dello Spirito, «occorre il riconoscimento reciproco come condizione per una vita buona dove sia possibile affrontare insieme i temi aperti della fame, della natura del lavoro che cambia, del rapporto tra economia e finanza, con le sue ferite connesse della disoccupazione e della crisi».
Emerge da questo quadro la conclusione del Cardinale che definisce la necessità «di un cambiamento personale e comunitario negli stili di vita che implica che miliardi di persone mutino centinaia di abitudini, dal non sprecare l’acqua al non scartare il cibo. Servono responsabilità e autoseposizione, che per noi cristiani significa la testimonianza. Se l’Expo ci offrisse lo spunto per questo avrebbe già raggiunto il suo scopo».

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