Il Cardinale ha presieduto il Pontificale nella Solennità dell’Immacolata Concezione. Nelle ore in cui a Roma, il Papa apriva il Giubileo, l’Arcivescovo ha richiamato a ognuno la forza del perdono di Dio e la necessità di vivere in profondità l’Anno della Misericordia

di Annamaria BRACCINI

Immacolata

La speranza, condizione di ogni pace autentica, che si fa compito e certezza nei cristiani, consapevoli di essere stati scelti fin dall’origine dal Padre e da Lui amati per sempre. Quella speranza buona e concretissima di cui Maria è esempio nel suo “sì” immediato al progetto del Signore. 

Nella Cattedrale dove, nonostante i tanti controlli, migliaia di fedeli partecipano all’Eucaristia, è il Cardinale Scola, che presiede il Pontificale, a dare il senso di uno sguardo di fiducia sul domani, per quanto oggi difficile. Come peraltro indica la Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, per la quale accanto all’Arcivescovo concelebrano i vescovi Mascheroni e  Martinelli e una quindicina di sacerdoti, tra cui i Canonici del Capitolo metropolitano e il prelato per l’Italia dell’Opus Dei, don Matteo Fabbri, a conclusione della Novena dell’Immacolata che si ripete da trentanove anni in Duomo, animata dalla Prelatura.

Ed è, così, la stessa liturgia della Parola, dalla Genesi all’Epistola agli Efesini per arrivare al breve e folgorante Vangelo di Luca, a condurre la riflessione del Cardinale e a tessere il filo d’oro di questa gioia e speranza, muovendo dal peccato originario, che crea divisione, fino al fiat di Maria, segno di amore.

«Adamo – che ha mangiato dell’albero della conoscenza – , chiamato da Dio si difende, come noi facciamo spesso, incolpando Eva e, sottilmente, quasi incolpando il Creatore; la donna, incolpa, a sua volta, il serpente. Qual è l’esito di questo “scaricabarile” tanto comune oggi? È il peccato che introduce la divisione, mette l’uno contro l’altro, rompe la solidarietà tra gli uomini». Per usare un termine moderno, è il peccato che de-solidarizza e che «distrugge la giustizia originale. Nella relazione con Dio e con gli altri si insinuano, infatti, la paura, il sospetto e la vergogna, conseguenze della divisione che sempre il peccato porta con sé. L’unità che fa la bellezza e la concordia dell’unica appartenenza alla famiglia umana, si spezza e tutte le relazioni si avvelenano». 

Ma è proprio di fronte a tutto questo che la festa «veramente profonda» di Maria apre, invece, alla speranza, perché testimonia che «Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo – quanto poco riflettiamo su questo, osserva Scola – e ciò significa che ciascuno di noi è voluto, amato e abbracciato».

Parole valide per tutti, ma applicate, oggi, anzitutto, a Maria: «Infatti, fin dall’origine, per attuare il suo disegno di amore redentivo, il Padre ha pre-destinato questa figlia di Israele a portare, nel suo grembo, il Figlio suo, Egli stesso Dio, che si è incarnato in libertà totale dando la sua vita per ciascuno di noi e per tutti coloro che non si gli si oppongono esplicitamente».

Un dono, l’amore del Signore, che nella “piena di grazia”, testimonia il mistero «delicato e profondo dell’Immacolata Concezione di Maria circondata fin dall’origine dall’abbraccio potente del Padre e ad esso totalmente abbandonata, per questo concepita senza peccato».

Dall’annuncio che Cristo è «con te» ha origine, per la Vergine e per tutti gli uomini, la gioia. «Infatti, come ci ha ricordato il beato Paolo VI nel 1975, nella sua Gaudete in Domino,con parole riprese da Papa Francesco nella sua prima Enciclica, “nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore”».

Da qui il centro dell’omelia del Cardinale: «Questa gioia, nel senso profondo, non viene meno nella prova, nel dolore, nel conflitto, diviene, invece, un terreno di fondo che, nel nostro cuore, lascia fiorire un sentimento di speranza, come spiega la Lettera agli Efesini, in riferimento ai cristiani.Anche in questo momento di grave difficoltà sul piano geopolitico cui si aggiungono situazioni di violenza, di povertà e di esclusione, questa gioia tiene» Tanto che la si vede spesso, più che sul nostro volto, su quello di un povero che incrociamo per strada, che ci chiama, usando un linguaggio, al nostro modo borghese di vivere quasi incomprensibile, e tuttavia spesso segnato dalla gioia.  

«Questa gioia, che è esperienza reale, non può che venire, allora, da un fatto inestinguibile. Come dal “no” di una creatura era stato macchiato il primitivo disegno di bene della creazione, così dal “sì” di un’altra donna è instaurata la nuova creazione. E così il fiat della Vergine dissolve la paura», scandisce l’Arcivescovo.

Un “sì” da cui possiamo ancora oggi imparare molto «nei rapporti che la Provvidenza ci manda quotidianamente, nella convinzione che tutto ciò che da Dio ci viene dato è buono, anche se ci appare, a una prima vista, non conveniente. Non dobbiamo limitarci alla paura comprensibile, ma vivere circondando il male da ogni parte con il bene e così lentamente lo ridurremo e lo vinceremo. Per questo la parola finale in una giornata come questa, in cui il Santo padre ha appena inaugurato l’Anno straordinario della Misericordia, non può che essere perdono, sapendo che Dio non si stanca mai di perdonare, ma semmai siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Questo non significa essere irreprensibili, perché è molto, molto improbabile – e forse impossibile – non commettere peccato, ma se chiediamo con umiltà, il perdono, la ripresa della speranza sarà possibile e la gioia tornerà a sbocciare sui nostri volti. Ecco la grande importanza, in quest’anno, della Confessione – in Diocesi sono più di cinquanta le chiese penitenziari in cui è assicurata la presenza del confessore –, perché senza il perdono la nostra vita si fa amara, come sperimentiamo anche nei piccoli conflitti in famiglia. In ogni conflitto, se ci lasciamo portare a Gesù da Maria, il cristiano, senza mai venir meno all’insegnamento della Chiesa umilmente praticato, diviene portatore di un’unità che fa la bellezza della famiglia umana e che è condizione necessaria, per raggiungere, per quanto è possibile, anche su questa terra, la vera pace». .

E alla fine della Celebrazione, oltre l’invito a vivere con profondità il Giubileo e l’apertura della Porta santa in Duomo domenica prossima, indicando a tutti la forza anche sociale dell’Anno della Misericordia, il pensiero è per le donne di cui è modello Maria. «Ogni festa della Madonna, ci riempie sempre il cuore di gioia, perché manifesta la grandezza della donna e mostra la straordinaria bellezza e apertura dell’atto creativo. Volendo generare l’uomo e la donna con pari dignità, ma nella costitutiva differenza sessuale, il Creatore ha aperto all’umanità la strada del compimento. Tutti i misteri della Vergine sono esempi della vocazione che ogni donna possiede che è certamente un continuo fattore di crescita della comunità cristiana e della società civile».

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