L’Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione eucaristica a Casorate Sempione in occasione della Festa di San Tito. Ai moltissimi fedeli presenti ha raccomandato la necessità di educarsi al pensiero di Cristo con una testimonianza quotidiana

di Annamaria BRACCINI

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Per una festa che coinvolge un intero paese e torna solo una volta ogni dieci anni, non poteva mancare la presenza del cardinale Scola che, circondato dall’affetto di tanti che gli stringono attorno, arriva a Castrate Sempione per la grande Festa che durerà fino al 13 settembre, dedicata a San Tito, giunta alla decima edizione. Le strade, le case, ogni angolo è addobbato dalle belle infiorate che sono l’emblema di questi giorni dedicati al diacono santo del V secolo, martirizzato mentre serviva i poveri,  
Nella chiesa della Beata Vergine Assunta e Sant’Ilario di Casorate – che fa parte con Arsago Seprio della Comunità pastorale “San Paolo e Barnaba”– l’Arcivescovo presiede un’affollatissima Celebrazione eucaristica, che vede nelle prime file oltre dieci sindaci del territorio, il vicepresidente della Provincia di Varese e le autorità militari.    
«L’accoglie oggi un porzione del popolo di Dio che è in Casorate Sempione: ci sono cristiani fervorosi, credenti che stanno camminando sulla via di Dio e amici che si stanno riaffacciando alla casa del Signore. Ma oggi le differenze illanguidiscono di fronte alla forza dell’oggettivo fatto cristiano, Gesù, che ha ancora la forza di generare la vita comunitaria del nostro popolo. Lei è per tutti noi, di questa forza, garante e suggello apostolico», dice don Stefano Venturini responsabile della Comunità pastorale.  
Di gratitudine parla subito il Cardinale: «Le vostre belle infiorate, con una grande sinfonia di colori tesa a una bellezza sobria, ma soprattutto quello che ho potuto sapere della vita pastorale e del vostro modo di onorare San Tito, rendono il mio cuore pieno di gratitudine perché mi avete invitato a compiere con voi il gesto più importante che un uomo possa compiere, la partecipazione eucaristica». 
Il pensiero è a don Luigi Mariani che nel 1926, per pacificare il paese, volle istituire la Festa nel 1500° anniversario della morte di san Tito e nel 250° della traslazione delle spoglie da Roma a Casorate. «Quella di don Mariani è stata una grande intuizione. Con una formula che ho trovato davvero preziosa, volle fare “una festa dell’unione delle menti e dei cuori. L’unione non può basarsi solo sull’intesa, sulla simpatia, ma deve poggiare su una commozione, su un muoversi insieme del cuore che deve raggiungere la mens, la mente. Ciò che abbiamo chiamato con San Paolo, avere la mentalità di Cristo con cui affrontare la vita di tutti i giorni, nel lavoro, nella festa, nella gioia e nelle prove, così come fece San Tito», spiega Scola. 
Quell’educazione al pensiero di Cristo che è proposta con la Visita pastorale: «Oggi la maggioranza di noi, quasi tutti battezzati, senza cattiva volontà, ragiona chiedendo di essere illusa, e di acquietarsi dentro la realtà. Siamo chiamati, invece, a ritrovare l’energia di Tito e per questo abbiamo un grande dono e vantaggio: Dio non ci lascia mai e nessuno dei battezzati è abbandonato a se stesso pure nel peccato». 
In riferimento alla Lettera paolina ai Romani, appena proclamata, l’Arcivescovo aggiunge:  «Gesù è venuto con amore potente a riportare ciascuno di noi verso il Padre. Non esiste una notizia così sconvolgente, consolante e carica di speranza come questa. L’amore di Dio è stato riversato qui oggi nei nostri cuori e questo avviene, anche se siamo deboli, anche se siamo peccatori, anche se siamo suoi nemici. Il suo amore paterno, dalla fisionomia materna, ci riprende e ci porta verso ciò che il Vangelo chiama la grande luce che è Dio amore, Dio Trinità». 
Da qui la prima indicazione «Questa festa deve prolungarsi lungo tutti i giorni della nostra esistenza. Non dimentichiamo il nostro essere cristiani, trovando la strada della libertà per poter dire la bellezza della fede, perché di questo ha sete l’uomo contemporaneo. Dobbiamo edificare la comunità cristiana e quella civile, costruire la giustizia e un’accoglienza equilibrata che rispetti la nostra storia e che, nello stesso tempo, sia capace di accogliere chi è nel bisogno. La fede che non passa nella vita significa che la tradizione profonda non è ancora diventata una convinzione, ma è rimasta una convenzione. Mi pare che la vostra Comunità sia matura per fare questo salto di qualità». 
Infine, la consegna con le parole Madre Teresa di Calcutta, negli stessi momenti dell’omelia canonizzata dal Papa in piazza San Pietro, che così rispose a un giornalista sul farsi prossimo delle sue giovani Missionarie della Carità: “Esse amano Gesù e trasformano questo amore in un criterio di azione”. «Questo è il senso del convertitevi del Vangelo di oggi». Suggerimenti ripresi dal Cardinale a conclusione della Messa: «Si è scavato un fossato tra la fede e la vita. Qui c’è un grande lavoro da fare personalmente e comunitariamente: lasciar trasparire, nei nostri rapporti comuni e informali, come Gesù illumina tutta la nostra vita terrena fino alla morte. Bisogna essere particolarmente attenti all’educazione dei giovani e dei ragazzi che inizia in famiglia – grande l’importanza dei nonni – e imparare ad amare: ecco il senso della vita della parrocchia, dei movimenti e dei gruppi. Occorre che il cristiano faccia vedere con umiltà, rispettando il punto di vista dell’altro, la propria posizione». 
Insomma, «passare da uno sguardo benevolo a un’appartenenza di fede diffusa, perché se non si appartiene a nessuno si finisce per appartenere ai poteri forti». 
 

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