Il cardinale Scola, in dialogo con il filosofo Massimo Cacciari, ha riflettuto sul senso del rapporto tra carità e cultura, nella giornata che ha ricordato i dieci anni esatti dall’inaugurazione della”Casa della Carità”

di Annamaria BRACCINI

scola cacciari 2014

«Una festa per la Casa, per la Chiesa milanese e anche per tutta la città». A dieci anni esatti dall’inaugurazione della Casa della Carità – allora c’erano il cardinale Martini e il cardinale Tettamanzi – è il cardinale Scola a ricordare l’evento attraverso la sua presenza in un dialogo a due voci con il filosofo Massimo Cacciari, primo cittadino di Venezia quando l’Arcivescovo era il Patriarca.

Si parla di carità e di cultura e dell’insegnamento che viene dai poveri, proprio nel significato che, in apertura della serata, don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità e anima da sempre dell’istituzione, delinea, definendo «la sfida che la povertà pone», un’esperienza di carità condivisa dove si coniugano cultura, giustizia, bellezza, gratuità, contemplazione. Un laboratorio di inclusione sociale, che vive nella «consapevolezza che la cultura, appunto, e la competenza sono itinerari decisivi per la coesione sociale. Mission, pur tra le immancabili difficoltà, specie finanziarie, che ha portato a ospitare, in un decennio, 2507 persone provenienti da 95 Paesi differenti, di cui 716 minori; che in un anno, ha offerto assistenza medica a 2050 unità, giuridica a 790 tra uomini e donne; che ha fornito un cambio di biancheria e una doccia a quasi 3000 persone, e una consulenza gratuita di ascolto 1385 volte; che, solo nel 2014, ha accolto temporaneamente 1800 profughi siriani.

Per ascoltare, nell’Auditorium intitolato a Teresa Pomodoro, con i suoi muri ricchi delle pitture coloratissime degli ospiti della Casa, sono arrivati in molti: ci sono il Vicario generale, il vescovo ausiliare, monsignor Martinelli, il vicario episcopale di settore monsignor Bressan, la vicesindaco De Cesaris, Giovanni Facchini Martini, nipote del cardinal Martini, che volle con forza la Casa, esponenti della società civile, del mondo dell’imprenditoria e della cultura; modera Mauro Magatti, sociologo della Cattolica.

«Le questioni della povertà e della carità possono essere origine di pensiero?», si interroga Cacciari, amico personale di lunga data del Cardinale. 

«Il tema della povertà collegato a quello della carità è un luogo culturale e filosofico che investe complessivamente il nostro esserci, non è solo questione teologica», puntualizza subito il filosofo, che aggiunge: «Tutto ciò non va rubricato solo a narrazione, ma occorre affrontare il nodo specifico senza sentimentalismi».

E il “luogo”, suggerisce, è il comprendere a pieno anzitutto il povero, che non è, da un punto di vista evangelico, il «fondo di un essere passivo, ma la vetta di un soggetto attivo».

Il concetto è che la povertà, così intesa, rovesci l’idea classica, perché «il discernere il necessario dal superfluo, l’aprirsi all’ascolto e alla conoscenza, atteggiamenti fondamentali per una vera carità, sono possibili solo laddove non si ritenga il proprio io un bene chiuso in se stesso, inalienabile».

«Anche l’esercizio di una regola etica della solidarietà non può che fondarsi sul concetto altissimo di paupertas. Rispetto a questi principi, la cultura contemporanea – società della contraddizione –, ha smarrito il valore attivo del termine povertà». Che si vadano producendo diseguaglianze sempre più grandi, con un’oggettiva incapacità di affrontare la povertà, ne è la conseguenza logica.

Eppure, il «contraccolpo», come lo definisce Cacciari si avvicina come, del resto, avverte papa Francesco. «La sottolineatura delle periferie significa il tramonto dell’Europa: occorre mutare la mente sennò il cambio avverrà sulla base della logica servo-padrone. Chi non accoglie, non ha cura dell’altro, sarà sopraffatto da chi non ha nulla da perdere e affronta la vita senza temere la morte».

Da una frase di don Colmegna, “La carità è di nuovo parola da ascoltare e studiare”, muove la riflessione del Cardinale che cita papa Francesco – “i poveri hanno molto da insegnarci” – e ricorda che «per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Un giudizio molto spiazzante – osserva – per il modo con cui noi cristiani, anche in Europa, pratichiamo la carità».

Ovvio che “questa preferenza divina” abbia delle conseguenze nella vita: una preferenza, come già predicava papa Benedetto, che nasce dal provare sulla propria pelle la povertà di Cristo, Colui che salva, fattosi povero per noi e morto sulla croce.

Insomma, se i poveri sono i primi a partecipare del sensus fidei, conoscendo la sofferenza, «è necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa», per usare sempre le espressioni di Evangelii Gaudium 198.

Basti pensare alla “Chiesa in uscita” o alle periferie dove incontrare per primi, appunto i poveri, quali compagni di viaggio. Ma questo è tanto più difficile perché, evidenzia l’Arcivescovo, si è arrivati «alla separazione di “carità” e “cultura”, due ambiti ormai giustapposti».

Ragioni storiche, filosofiche, come nel pensiero di Kant e Hume, hanno «svuotato la dimensione teologica della povertà» e, dunque, del modo con cui noi la affrontiamo.

«La proposta cristiana tende così a diventare filantropìa, a cui si continua a dare impropriamente il nome di carità. Si tratta, piuttosto, che di quest’ultima, di uno slancio di generosità legata alla compassione perché tutti, come umani, siamo immersi nella finitudine. Ma questo non è rispettare la povertà nell’intera potenza espressiva del suo significato. La stessa cosa avviene per la testimonianza, che se non è una conoscenza della realtà e una comunicazione della verità che ne deriva, rimane solo buon esempio».

E di fronte all’obiezione che la che la carità unisce e la verità divide – tema caro a molta facile pubblicistica del presente, per la quale non bisognerebbe farsi troppe domande sulle ragioni del sostegno a chi soffre –, ancora di più pare evidente sottolineare un ritrovato legame tra carità e cultura.

Altrimenti, il rischio, Scola è molto chiaro su questo, è che «si resti vittime delle ideologie dominanti, dalla xenofobia varie forme rivoluzionarie e violente, e, soggettivamente, si rimanga nell’orizzonte della pura generosità con tutti i suoi limiti. Se la cultura è slegata dalla carità si mostra incapace di edificare l’umano: infatti la carità legittima la cultura. Senza cultura, la carità non è tale, perché non giunge a riconoscere lo specifico dell’uomo».

E ciò, compiutamente perché l’autentica cultura e l’autentica carità pongono al centro il “gratuito” e non il “gratis”: «La cultura – soprattutto in situazioni di urgente necessità – è talora considerata come un “bene superfluo” o, almeno, secondario. Ma questo è frutto di una considerazione intellettualistica della cultura, da una parte, e della non comprensione della “necessità” del gratuito nella vita dell’uomo. Dobbiamo tornare a unire il “bello e il buono” della tradizione classica. Così l’intreccio tra carità e cultura ci permette di lasciare emergere l’inevitabile dimensione religiosa dell’io perché laddove si pone la questione del senso il discorso diventa sempre religioso», conclude l’Arcivescovo, indicando che «la nostra grande risorsa è il culto, in cui la liturgia è realmente il luogo della grande sintesi, nella testimonianza nell’offerta totale di sé di Cristo, in cui carità e cultura non possono essere disgiunte».

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