Intervistato dal “Corriere della sera” l’Arcivescovo ha parlato della visita pastorale, che l’ha colpito per la partecipazione popolare, e di un cattolicesimo che non è in crisi o in ritirata: «Viene in chiesa chi è convinto»

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«Un’esperienza sorprendente»: così il cardinale Angelo Scola ha definito la visita pastorale che sta compiendo in tutti i Decanati della Diocesi, in uno dei passaggi dell’ampia intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo e pubblicata sul Corriere della sera lunedì 4 luglio, in occasione del quinto anniversario della sua nomina alla guida della Chiesa ambrosiana. Riferendosi alla «qualità e quantità della partecipazione» registrata durante la visita pastorale, Scola ha confessato di esserne rimasto «colpito», precisando: «Alle assemblee non eravamo mai meno di 500 e spesso più di mille. E non è mancata gente che non frequenta la parrocchia». Ha poi aggiunto: «È emersa una realtà consapevole del grande cambiamento in atto. Permane nel nostro popolo un senso della fede spontaneo, l’importanza di Dio, di Gesù nella vita. Lo si nota anche dalla partecipazione all’eucaristia, che certo non ha più le frequenze di prima degli anni Settanta, però è molto più consapevole: viene in chiesa chi è convinto». Su questi presupposti Scola ha quindi confutato la visione di un cattolicesimo milanese in crisi. «Questa idea va un po’ smantellata – ha rilevato -. C’è piuttosto partecipazione della nostra Chiesa, che ha ancora eccellenti risorse personali e comunitarie, al grande travaglio che è in atto nelle Chiese d’Europa».

Allargando lo sguardo alla società nel suo complesso, Scola è stato perentorio nel giudicare «finita» la ritirata del cattolicesimo nella società, anche se – ha puntualizzato – «diventa più difficile aiutarci a quella che il Papa chiama “la Chiesa in uscita”. Citando il Vangelo ho detto: “Il campo è il mondo”. Facciamo ancora troppo affidamento sulle strategie, e non vediamo che non c’è uomo che prescinda dall’esperienza comune a tutti: gli affetti, il lavoro, il riposo… Inventiamo strumenti per andare verso i cosiddetti “lontani”; ma di lontano da questa esperienza umana non c’è nessuno».

Sul «disagio delle periferie» milanesi, l’Arcivescovo ha ammesso che «è purtroppo doloroso constatare che nelle periferie, soprattutto quelle della circonvallazione esterna, ci sono sacche di emarginazione e miseria molto pesanti. Forse si notano poco perché sono a macchia di leopardo. Non abbiamo la favela o lo slum, però il disagio è assai grave». Al tempo stesso, ha constatato la «grande vitalità» delle province, «in città come Monza, Sesto San Giovanni, Cologno Monzese, Cinisello Balsamo, dove le prove sono assai dure: immigrazione, emarginazione, disoccupazione, emergenza abitativa, sviluppo problematico». A detta di Scola, queste emergenze «vengono affrontate con cuore appassionato e anche con elaborazioni e progetti intellettualmente originali. In centro a Milano ho trovato realtà educative molto valide». E ha citato a mo’ d’esempio gli oratori «bellissimi e frequentati» di Sant’Ambrogio e dell’Incoronata.

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