Il Cardinale ha presieduto la Processione e la Celebrazione eucaristica della Domenica delle Palme. In un Duomo gremito di fedeli di tutte le età, tra cui tanti bambini e genitori, ha richiamato il senso «della gioia cristiana che è madre del sacrificio»

di Annamaria BRACCINI

«Il sacrificio che è dono di sé a Dio e, in Lui, agli altri». Come quello «dei 25 cristiani Copti che, questa mattina, sono stati uccisi in un attentato al Cairo per la loro fede, mentre stavano celebrando nel loro Rito questa stessa nostra liturgia».
È la domenica delle Palme e, dopo aver benedetto gli Ulivi e le Palme davanti alla chiesa di Santa Maria Annunciata in Camposanto, il cardinale Scola muove in processione verso il Duomo con i Canonici del Capitolo Metropolitano, i rappresentanti degli antichi Ordini cavallereschi e delle Confraternite, seguito dalla gente, moltissima, con tanti bambini e intere famiglie. Tra loro i ragazzi e i piccoli, con i loro genitori, educatori e insegnanti, delle scuole paritarie “La Zolla” di Milano, che l’Arcivescovo ringrazia all’inizio della sua omelia, in questa grande Celebrazione che è “portale” di ingresso alla Settimana Santa, non caso, definita dal Rito ambrosiano, «Autentica» per la sua centralità nella vita cristiana. Come duemila anni fa, nelle vie inondate di sole che portano alla Cattedrale della Milano del terzo millennio, c’è, infatti, ancora il Signore con le migliaia di fedeli che compiono l’ideale salita a Gerusalemme.
Insomma, una giornata di luce se non fosse per le tenebre che giungono con le notizie degli attentati ai cristiani che, anche in queste ore, insanguinano il mondo.

L’omelia del Cardinale

La «Parola di Dio che oggi la Liturgia ci propone sembra essere la gioia per la presenza tra gli uomini di un re-liberatore», spiega l’Arcivescovo, richiamando l’”Osanna” della folla che acclama, nella sua regalità, “Colui che viene nel nome del Signore” come Re dì Israele.
«Ma di quale regalità si tratta? Né la folla, che gli va spontaneamente incontro, né i suoi discepoli, lo capiscono, sono vittime di un grande equivoco. Si aspettano un re potente che, con la forza, scaccerà l’occupatore», mentre ciò che si prepara è la morte del Redentore di tutti.
Le parole del poeta Claudel, citate in Duomo – “La gioia, è madre del sacrificio” –, sembrano essere state scritte appositamente per una giornata vissuta, appunto, tra questi  due aspetti fondamentali dell’umana condizione. E, così, il Cardinale scandisce: «Cosa è, alla fine, il sacrificio? Il dono di sé a Dio e, in Lui, agli altri. Il sacrificio è quello dei 25 cristiani Copti che sono stati uccisi in un attentato al Cairo (un bilancio aggravato, nel frattempo, dall’attentato ad Alessandria, n.d.r.) per la loro fede, mentre stavano celebrando, nel loro Rito, questa stessa nostra liturgia. Ad essi dobbiamo aggiungere i morti di Stoccolma, di Londra, ma anche la quantità terribile di morti, anche bambini, in Siria, i tanti giovani in Congo, i tanti cristiani che rischiano per partecipare all’Eucaristia, ogni domenica, in Nigeria».
«Forme estreme di sacrificio, forme che la gioia cristiana mette in conto, perché, se il martirio è donato da Dio agli inermi e ai deboli, il permanere nella fede tutta la vita, rispettando i Comandamenti e cercando di imitare sempre più il volto di Cristo, è il martirio della pazienza che tocca a ognuno di noi».
«Così concepita, nella sua pienezza e nel suo giusto realismo – tenendo conto di tutti i fattori di contraddizione che sono mischiati alla realtà –, la gioia diventa il più potente fattore generativo della storia e permette di dare la vita come Gesù fa sulla Croce».
Da qui alcune implicazioni «per la nostra società, così povera di figli e così limitata nell’educazione al senso pieno della vita».
«Diventa decisivo per tutti, per noi cristiani in modo particolare, assumersi, in forma più diretta, personale e comunitaria l’impegno a generare che tiene insieme i due fattori della procreazione e dell’educazione».
Senza mezzi termini il monito che arriva da Scola: «Che ne sarà dell’Europa, del nostro Paese se non troveremo un rimedio, perché rimediare è ormai impossibile,  per fermare il gelo demografico che ci attanaglia e che è figlio di paure, ma anche di tanto egotismo? Quanto poi al compito educativo, non è decisivo solo per i papà e per le mamme, ma anche per i nonni e le nonne. Lo è, inoltre e ovviamente, per tutti gli educatori e per tutte le realtà associative che hanno a cuore questo aspetto di assoluta importanza per una società che si vuole civile. Non c’è e non ci sarà vita buona, senza buona educazione nel senso di un’educazione integrale al cammino della vita.  Auspico, per questo, la piena pariteticità, anche finanziaria, per la scuola libera».
L’invito è a comprendere il significato pieno della Settimana santa attraverso quel “regnare che è servire”  che è di Cristo
«Lo svuotamento del Crocifisso è puro servizio. Oggi, invece, sembra che tutto debba “servirci”, come se tutto fosse finalizzato all’individuo. Questo è un dato della nostra cultura, mentre la strada giusta va al contrario: nella preghiera servo, nella comunità servo, con la solidarietà servo Dio e il prossimo, come ci ha ricordato papa Francesco proprio in Duomo nell’incontro con i sacerdoti e i consacrati. Teniamo presenti queste parole nel cammino di approfondimento, di meditazione, di avvicinamento ai gesti della  Settimana Autentica».
E, alla fine, ancora un’indicazione: «Bisogna vivere questi giorni personalizzando il nostro impegno, accostandosi al Sacramento della Riconciliazione, non dimenticando la possibilità di un segno di carità verso chi è nel bisogno. Restiamo uniti nella preghiera a tutti questi morti del terrore e invochiamo la possibilità della pace e della giustizia in questo nostro tempo. Ai genitori raccomando di approfittare di questa settimana per insegnare ai bimbi il segno della Croce e qualche piccola preghiera».

 

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