L'Arcivescovo ha presieduto oggi pomeriggio il rito della Nivola: «In questo tempo di travaglio, dobbiamo essere lampade accese di speranza, di coraggio, di voglia di vivere»

di Filippo MAGNI

Nivola Duomo Milano

La nivola si stacca dal pavimento marmoreo del Duomo di milano alle 15,15, appena dopo l’inizio dei Vespri, per toccare il soffitto della cattedrale, dietro l’altare maggiore, dopo 7 minuti. È la solennità dell’Esaltazione della Croce. Occasione in cui, da secoli, l’Arcivescovo di Milano utilizza questo antico e suggestivo ascensore decorato come una nuvola.
Giunto alla cupola del Duomo, un centinaio di metri d’altezza, prende il Santo Chiodo che lì è custodito per tutto il resto dell’anno e lo porta a terra, accanto all’altare, esponendolo per per tre giorni alla venerazione dei fedeli.
«Il rito della Nivola – esordisce il cardinale Angelo Scola rivolto ai presenti – è molto caro ai milanesi, come la vostra numerosa presenza dimostra». Mentre nella cattedrale tutte le panche sono occupate, prosegue, «fuori di qui la città è attraversata dai cittadini e dalle loro speranze, dalle loro preoccupazioni, dalle loro paure». A loro, aggiunge, vogliamo portare con umiltà la testimonianza della Croce. «Dei chiodi – spiega – che hanno segnato il corpo di Cristo. Le ferite attraverso le quali Egli ci ha salvato. Le piaghe da cui siamo stati e siamo guariti».
Del chiodo non si conosce con certezza l’origine, ma negli scritti di Sant’Ambrogio è indicato come ritrovato da Sant’Elena a Gerusalemme e offerto al figlio, l’imperatore Costantino. E da quest’ultimo lasciato in eredità ai suoi successori fino a Teodosio, che ne avrebbe infine fatto dono a Sant’Ambrogio.
La croce, un paradosso. Così la definisce Scola. «Da una parte è la peggiore delle pene capitali, marchio di ignominia anche già nell’Antico Testamento». E però, aggiunge l’Arcivescovo ripensando alla manifestazione ”Venite a vedere questo spettacolo” dello scorso 8 maggio, «quando davanti alla piazza gremita si sono aperte le porte del Duomo e in processione è arrivata la croce con il santo chiodo, si è formato un silenzio assoluto. Come se il chiodo e ciò che significa, Gesù crocifisso, avesse ricominciato a parlare, allora come oggi, al cuore dei tanti presenti, dei passanti, di chi seguiva attraverso i mass media».
La croce diventa così gloriosa: ecco il paradosso. «Nel suo lasciarsi collocare in condizione di schiavo – prosegue l’Arcivescovo -, l’impotenza del crocifisso trasfigura la croce e la rende gloriosa».
E interpella chi lo incontra, ammonisce Scola: «Tutto questo chiede a te, a me, a ciascuno di essere concretamente accolto nella nostra vita».
La croce è «radice a partire dalla quale il Re, colui che innocente ha donato la sua vita per noi, ci invita ad entrare progressivamente in rapporto con Lui, attraverso di Lui, con l’aiuto della Vergine santissima, di tutti i Santi, con il Padre e l’onnipotenza dello Spirito affinché la nostra vita cambi gia ora». Il Regno, spiega l’Arcivescovo, «sono le nostre vite cambiate, sono le nostre chiese rinnovate, sono le nostre parrocchie, sono le congregazioni religiose, sono le aggregazioni di fedeli capaci di percorrere le vie dell’umano e di mostrare nella vita, nel concreto, negli affetti vissuti, nel lavoro, nel riposo equilibrato, nel dolore condiviso, nell’educazione praticata, nell’edificazione della giustizia, nell’affronto dei beni della pace e della sofferenza, attraverso tutto questo la Croce e il chiodo devono tornare a parlare come hanno fatto l’8 maggio, quando li abbiamo portati in tutti i settori dell’umana esistenza».
Oggi l’esortazione del Cardinale è «che noi cristiani mostriamo nella vita il rapporto tra il Crocifisso risorto e l’esistenza quotidiana di ciascun uomo, tra il Crocifisso e il presente travagliato di questa città, tra il Crocifisso e l’edificazione di un nuovo umanesimo, l’anima di cui Milano ha bisogno come il pane che mangia». La città infatti, secondo Scola, «ha bisogno di trovare l’unità adeguata a questi tempi di grande cambiamento. Un’unità liberante che lasci libere tutte le diversità, ma che tuttavia non si risolva in una frammentazione che non sa più parlare al cittadino e non sa più quindi offrire voglia di vita e coraggio, non gli offre più una speranza affidabile».
Papa Francesco durante la passata Via Crucis ha definito la croce di Cristo come la parola con cui Dio ha risposto al male del mondo. Una parola che è amore, misericordia, giudizio, perché Dio ci giudica amandoci. Lo ricorda l’Arcivescovo di Milano, augurandosi «che tutto questo abbia eco in noi in questi giorni, affinché possiamo offrire le nostre croci al Signore ed entrare in comunione con l’offerta dei tanti martiri cristiani».
Perché nel Crocifisso, conclude, «In questo tempo di travaglio, dobbiamo essere lampade accese di speranza, di coraggio, di voglia di vivere».

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