L'Arcivescovo ha presieduto in Duomo la Santa Messa a conclusione delle celebrazioni per il centenario della morte del Santo, alla presenza della Famiglia che ne ha preso il nome e porta avanti le opere di carità da lui intraprese

di Annamaria BRACCINI

San Luigi Guanella

«Abbiamo bisogno di braccia amorose come quelle di San Guanella che ci facciano sentire “a casa”. Come sarebbe diverso il mondo se portassimo nella quotidianità lo stile di vita di questo grande Santo». In un Duomo gremito, con la concelebrazione solenne presieduta dal cardinale Scola nella sua veste di Metropolita della Regione Ecclesiastica Lombarda, si conclude il Centenario guanelliano, che con molte iniziative ha ricordato il ritorno alla Casa del Padre (24 ottobre 1915) del fondatore della grande Famiglia che da lui prende il nome.

Davanti all’altare maggiore, su diverse file, sono disposte le carrozzine dei malati, ma sono tantissimi anche i ragazzi delle scuole – come i bimbi della “Sant’Agnese” di Saronno che animano i canti -, le “Figlie di Santa Maria della Provvidenza” (la Congregazione fondata nel 1881), i laici dell’Associazione Cooperatori, quelli del Movimento Laicale Guanelliano e Giovanile Guanelliano (M2G), «espressione della grande familiarità che vive nelle vostre Case», osserva l’Arcivescovo. Oltre settanta i sacerdoti concelebranti, tra cui alcuni ausiliari di Milano, i vescovi di Como (diocesi in cui nacque, iniziò la sua opera e morì San Guanella) monsignor Coletti e di Cremona monsignor Lafranconi, e decine di sacerdoti della Congregazione dei Servi della Carità, avviata dal Santo nel 1894.

Porta il saluto iniziale il Provinciale per il nord Italia don Marco Grega, a nome del Superiore generale don Alfonso Crippa, e dice: «Oggi desideriamo vivere questo intenso momento di gioia per il dono della santità di San Guanella che è strada di vita sicura, via evangelica per tanti che faticano nella vita. L’essere qui insieme esprime il nostro camminare con la Chiesa e la nostra chiamata ad arricchire le Chiese locali con il carisma guanelliano».

Il ricordo è per il beato Andrea Carlo Ferrari che, celebrando cento anni fa i funerali del Fondatore nel Duomo di Como, segnò un legame forte con la Chiesa ambrosiana, che dura e fiorisce ancora oggi. Ed è allora il successore del beato Ferrari, il cardinale Scola, a delineare, partendo dalla pagina di Matteo 25, il senso di una presenza forte e di una esemplarità da seguire: «Il brano del Vangelo descrive la drammatica scena del giudizio finale e quindi riguarda tutti noi. Saremo tutti giudicati alla fine e lo siamo già fin d’ora. Gesù stabilisce un legame forte di solidarietà e fraternità tra Lui, Figlio di Dio incarnato e ogni uomo e donna, soprattutto con chi si trova nel bisogno. Questo respiro grande e universale fu ben compreso da don Guanella».

È Cristo, infatti, che ha allargato l’idea della famiglia e della fraternità, che non è più solo quella del sangue, ma prende al suo interno tutti coloro che lo seguono, che cercano e indagano il senso della vita. Ma come ha potuto fare questo il Figlio dell’uomo? «Donando interamente se stesso sulla croce resa gloriosa con il suo amore profondo che diventa così, per ciascuno di noi, motivo di speranza e ci permette di guadagnare un senso del vivere nonostante i limiti dell’uomo, le prove, che qualcuno sperimenta in modo più drammatico», sottolinea Scola. L’invito è a vivere, soprattutto in chi ha la responsabilità del carisma sacerdotale ispirato al Santo, «questa nuova familiarità, facendo sentire “di casa” chi è nel bisogno grave».

Il richiamo dell’Arcivescovo è anche personale: «Io stesso, fin da giovane, ho potuto toccare con mano questo essere “di casa” nell’importante Casa guanelliana di Lecco». Realtà, sorta già nel 1910, che attualmente ospita una quarantina di ragazzi tra i 14 e 21 anni, di una ventina di nazionalità diverse, con alle spalle situazioni di disagio, inviati alla struttura dal Tribunale dei Minori. 

Dunque, un esempio quello di san Guanella, che continua, pur nelle trasformazioni del presente, con l’unica strada della carità, “In caritate Christi”, per usare le ultime parole pronunciate dal Santo: «Il modello della carità lo troviamo in Dio, uno e trino, circolazione di carità e di amore tra il Padre e il Figlio che genera lo Spirito santo, immagine e frutto perfetto di tale legame. La carità, cioè la vita donata giorno dopo giorno, diventa, allora, il criterio del giudizio. Lo diventa fin da ora e lo sarà alla fine». Per questo San Paolo, nella Lettera ai Colossesi appena risuonata, può dire: “Chiamati in un solo corpo”.

È questa, la tensione all’unità, nata dalla nuova parentela in Cristo, che – spiega il Cardinale – «ho potuto vedere al Sinodo, dove abbiamo riflettuto sul ruolo insostituibile della famiglia come rapporto stabile e fedele tra uomo e donna aperto alla vita, che deve diventare il criterio, il modo, attraverso il quale noi viviamo dentro la famiglia umana. Famiglia nella quale ci deve essere posto per tutti, pur nei limiti e nelle fatiche umane. La nostra vita è chiamata a essere una progressiva immedesimazione a Lui. Come sarebbe diverso il mondo se portassimo nella quotidianità lo stile di vita di questo grande Santo».

E alla fine, dopo aver portato personalmente la comunione ai malati e venerato la reliquia dalle ossa del Santo posta in altare maggiore, l’Arcivescovo aggiunge: «Ricordiamo l’amicizia tra il beato Ferrari e San Guanella. Siamo onorati di questa santità e grati perché voi la rendete presente, in una società non facile, ma piena di avventure che ha bisogno di uomini e donne veri che tendono alla santità».

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