Il Cardinale ha presieduto l’Eucaristia nella parrocchia Santa Maria Regina fondata 50 anni fa. Il senso di appartenenza alla Comunità sia caratterizzato dalla comunione, ha raccomandato

di Annamaria BRACCINI

Busto Arsizio

«Un caloroso saluto e un benvenuto» – per usare le parole del parroco, don Attilio Anzivino – accolgono, a Busto Arsizio, il cardinale Scola nella parrocchia “Santa Maria Regina” che festeggia i 50 anni di fondazione. La Comunità, nata da una costola di “San Michele” (molto sentita, qui, l’appartenenza) è oggi una realtà comunque “giovane” e particolarmente attiva. Come ben si evince dalla tanta gente che gremisce la chiesa già da prima della Celebrazione e dal nutrito gruppo di ragazzi della Cresima che saluta, sul sagrato, l’Arcivescovo. «Ricordatevi, ogni mattina, di fare il Segno della croce e, la sera, di dire un’Ave Maria», raccomanda loro Scola.
Poi, appunto, l’Eucaristia concelebrata da alcuni sacerdoti tra cui monsignor Severino Pagani, prevosto di Busto, che già aveva accolto, appena due settimane fa, il Cardinale per i 500 anni del Santuario di Santa Maria di Piazza. Quella alla parrocchia Santa Maria Regina è, infatti, la terza visita che il Cardinale compie, in questo Anno Pastorale, a Busto Arsizio, dove si era recato anche a settembre, in occasione della Dedicazione della chiesa della “Santa Croce”.
«Abbiamo l’emozione e la grazia di averla vicina, condividendo l’Eucaristia della nostra vita di gregge che ha in lei il Pastore», sottolinea don Anzivino. Nelle prime file siedono il sindaco bustese, Emanuele Antonelli, con una rappresentanza della Giunta comunale, autorità militari e civili e, a fianco dell’altare, fanno bella mostra gli stendardi di una quantità di Onlus e Associazioni che testimoniano della vivacità del territorio, peraltro evidente nella serie di numerose iniziative promosse per il cinquantesimo e per la Festa patronale in corso.
Insomma, una visita che è «un atto non formale, ma un gesto importante di apprezzamento», conclude il parroco, parlando di una «comunità plurale e puntiforme».

L’omelia del Cardinale

Proprio guardando alla presenza delle tante componenti ecclesiali e della società civile, si avvia la prima osservazione dell’Arcivescovo. «La forza della Comunità tutta della città di Busto è la strada maestra anche per vivere bene l’appartenenza alla Chiesa ambrosiana. Questa Eucaristia allarga nel mio cuore quella sensazione positiva che ho provato, due settimane fa, nella Celebrazione in piazza davanti al Santuario. Sono due segni potenti e significativi dello Spirito, come voi mostrate qui così numerosi con tanti anche in piedi».
Dalla Festa dell’Ascensione celebrata liturgicamente, in Rito ambrosiano, giovedì scorso ma, per motivi pastorali spostata alla domenica odierna, nasce un’ulteriore sottolineatura.
«Oggi corriamo il rischio di sentire troppo lontana una Festa come questa, eppure, essa va al cuore del problema che interessa ogni uomo: cosa ci aspetta dopo la morte, come richiama Gesù che incontra la sua ascensione, la destinazione al cielo. Anche la nostra non è un’attesa vana: l’abbiamo nel cuore tutti i giorni, perché è insopprimibile il desiderio di durare per sempre».
Il riferimento è al Vangelo di Luca nella parte finale del capitolo 24, appena proclamato, con quello che l’Arcivescovo definisce un particolare importante. «Cristo alza le mani e benedice gli Apostoli, dà il segno della sua compagnia stabile, e intanto – come dice il Vangelo – “si staccò da loro e veniva portato in cielo. E i suoi si prostrarono davanti a Lui e tornarono a Gerusalemme con grande gioia”.
Se non fossero stati certi di quel fatto, se non fossero stati sicuri che il Signore non si staccava da loro, non sarebbero tornati lieti a Gerusalemme».
«Così noi dobbiamo avere la certezza che questa Solennità apre il cuore al nostro destino».
Pur nel dolore «per la tragedia che è accaduta in Egitto, per la strage di Manchester, per il ripetersi di questo terrorismo orrendo e terribile», occorre «che il nostro cuore oggi, in questa bellissima Festa, si riempia di speranza, perché nulla, nemmeno il peccato, neppure la morte», può sconfiggere la speranza affidabile che è il Signore risorto, suggerisce Scola.
«Siamo sicuri che questi fratelli che danno la vita sono il seme dei cristiani», soprattutto se, come sembra, «i fedeli Copti uccisi in Egitto sarebbero stati risparmiati se non si fossero rifiutati di convertirsi». Il pensiero del Cardinale non può che tornare all’incontro del mese scorso con il papa dei Copti ortodossi, Tawadros II, che, pur conscio del martirio suo personale e della sua gente, ha sempre, appunto, avuto parole di speranza e di affidamento a Dio.
«La responsabilità che ne deriva a tutti noi è testimoniare che Cristo è il fondamento della vita, perché dietro a tutto ciò che siamo e che viviamo c’è Lui. Occorre assumere con naturalezza il compito dell’annuncio del Regno di Dio e questo cammino della fede».
Alla fine, dopo i significativi doni portati dai parrocchiani, tra cui un pregevole volume fotografico per i 50 anni di “Santa Maria Regina” e una lettera dei ragazzi della Cresima, ancora qualche consegna, prima del saluto affettuoso.
«Il passo che la nuova situazione generale ci comanda è l’unità della persona e della comunità: un ordine e un metodo di comunione. Ogni gruppo, realtà, associazione, iniziativa, di tipo pastorale, liturgico, catechetico, abbia come riferimento la parrocchia, rispettando i carismi di tutti».
Come a dire, «il senso fondamentale di appartenenza alla Comunità» sia caratterizzato da quella comunione capace di incarnare la nuova parentela istituita dal Signore. «Comunicate con delicatezza e con libertà la bellezza di questo, della nostra fede».

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