Presiedendo l’Eucaristia nella restaurata chiesa di San Vito Martire, il Cardinale ha richiamato la forza del “per sempre”, come dimostra l’amore del Signore per noi e la necessità di proseguire sul cammino della Comunità pastorale

di Annamaria BRACCINI

barzano san vito scola 2015

«Uno stupendo vespero», celebrato nella Brianza verde e dolce, in una chiesa dalla storia nobile che risale, nel suo nucleo originale, al Cinquecento, compiendo i settantacinque anni di Dedicazione, avvenuta per le mani del beato cardinale Schuster e che è oggi tornata, dopo attenti restauri conservativi, alla sua integrale bellezza.

È San Vito Martire a Barzanò che, riunita in Comunità Pastorale “SS. Nome di Maria”, con Cremella e Sirtori, accoglie l’Arcivescovo, a chiusura dell’Anno giubilare per il suo settantacinquesimo, in giorni particolarmente intensi di Celebrazioni e festeggiamenti.

Il Cardinale proviene dal vicino paese di Viganò, nel cui cimitero, ha pregato sulla tomba di don Fausto Tuissi, che fu il prete a Malgrate nella sua infanzia e giovinezza e, poi, per vent’anni parroco a Viganò stesso.

Che queste zone, al cuore della Brianza lecchese, del resto, siano care all’Arcivescovo, anche per la sua storia personale, ben lo si capisce e lo intuisce mentre avanza la Processione che porta i Confratelli del Santissimo Sacramento – Confraternita qui da sempre radicata e molto attiva – e la decina di sacerdoti concelebranti fin dentro la chiesa gremita.

Il parroco, don Giuseppe Scattolin, che è anche decano del Decanato “Missaglia” – accanto a lui il Vicario di Zona III, monsignor Maurizio Rolla e i sacerdoti della Comunità Pastorale, tra cui e don Marco Sanvito qui residente, e di realtà vicine, porge il benvenuto e dice: «Eminenza ci aiuti a camminare a testa alta, ad aprire il cuore a orizzonti spaziosi. La nostra Chiesa, pur tra tanti cambiamenti, diventa così il simbolo non solo del Dio in mezzo a noi, ma anche il segno dell’apertura del cuore, così che ognuno posa sentirsi come a casa. Possa questo paese vedere il suo futuro educandosi al pensiero di Cristo».

Insomma, una comunità che vive con gioia la sua appartenenza ecclesiale. «Gesù è venuto per accompagnarci in questo spirito di pienezza. Restaurare e mantenere bella la vostra chiesa vuol dire che l’amate come luogo in cui Dio abita in mezzo suoi ai figli per sempre», nota, subito, Scola, che sottolinea proprio il “per sempre”.

«Tale espressione è di fondamentale importanza per noi uomini postmoderni, eppure, è il punto su cui inciampiamo. Tutto ciò che domanda il “per sempre” ci trova impreparati, siamo gli uomini del “tentiamo”, del “proviamo a vedere se”, del provvisorio», scandisce, mentre la gente annuisce.

Eppure, suggerisce ancora l’Arcivescovo, «la vita procede solo se decidiamo di giocarci in prima persona e nella verifica di ciò che ha significato il nostro fare». E, questo, giorno dopo giorno, anche nel peccato, rimanendo «figli del Signore che non ci abbandona mai. Il fatto di aver costruito templi per Dio in ogni cultura è espressione di questo “per sempre”».

Dalla Lettera di San Paolo ai Corinzi,la richiesta di “fare un passo in più”. «Certo, il tempio è fondamentale, ma il tempio vero è quello delle pietre vive che siamo noi. Il senso del tempio non è, infatti, fine a se stesso, perché la parola chiesa indica Gesù che ogni domenica ci convoca come famiglia pellegrina sula Terra».

Questa è, appunto, la ragione per cui possiamo superare il sospetto e la paura nei confronti del “per sempre”, «rendendoci conto che se non si hanno, nella vita, fondamenti stabili, non si costruisce veramente». E non si è nemmeno cristiani, perché si finisce per non credere che «Gesù – il fondamento dei fondamenti – ha donato tutto se stesso per sconfiggere per sempre la morte che, così, non è e non sarà mai l’ultima parola».

«Capiamo, quindi, bene la bellezza del Vangelo di oggi, con Zaccheo che, pur essendo un pubblicano disprezzato, ha nel fondo del cuore la curiosità, il desiderio di vedere passare il Signore. Celebrare i vostri settantacinque anni vuol dire andare in profondo nella conoscenza del volto di Cristo, cercandolo sempre come in un matrimonio felice e fortunato. Il mutamento di cui abbiamo tutti bisogno – perché se non cambiamo non cresciamo, essendo esseri mortali -, scaturisca dal ritrovare la presenza di Gesù come punto di riferimento e centro affettivo della vita. Ma ciò ha bisogno della fraternità e della compagnia tra di noi. Se siamo convocati da Cristo stesso nulla ci può dividere».

Infine l’auspicio che si fa appello: «Vedo spesso che oggi, rispetto al passato, c’è maggiore consapevolezza nel partecipare al gesto eucaristico, ma occorre uscire dal tempio, portare l’Eucaristia con noi pietre vive in famiglia, nella comunità cristiana e, con le debite distinzioni, nella società civile», conclude il Cardinale, mentre anche il primo cittadino di Barzanò, Aldeghi, ascolta con attenzione.

E prima dell’abbraccio fraterno di tanta gente, il richiamo alla Visita pastorale 2015-2017, «Visita che, assai significativamente, si accompagna all’Anno della Misericordia» e la consegna a vivere sempre meglio e di più la Comunità pastorale, «perché la Chiesa deve essere missionaria».

«Non tornate indietro, accettate qualche rinuncia: dandoci tutti una mano come si fa in casa, andiamo avanti».

E, quasi a esemplificare questa unità voluta, ma anche da ricercare e la bellezza dell’amore riconosciuto e che si dà per intero al Signore, il Cardinale, prima della benedizione finale, chiama con sé, in altare, Gabriele Gerosa, nativo di Cremella, che sabato prossimo in Duomo verrà ordinato Diacono proprio dall’Arcivescovo insieme ai suoi ventisei compagni.

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