Nel solenne Pontificale presieduto dall’Arcivescovo, forte il richiamo alla difesa della vita, anche di fronte alle «strabilianti scoperte delle moderne tecnoscienze»

di Annamaria BRACCINI

Pontificale di Pasqua 2014

I dodici Kyrie della liturgia ambrosiana, solennizzano, al suo inizio, il Pontificale che il cardinale Scola presiede attorniato da oltre venti presbiteri, tra cui l’intero Capitolo metropolitano, che concelebrano l’Eucaristia in un Duomo nel quale si ritrovano in migliaia. Mattina della Pasqua di Risurrezione del Signore, “il vero giorno di Dio, radioso di santa luce”, come recita l’Inno del patrono Ambrogio.

«Si mostrò a essi vivo», scandisce subito, nella sua omelia, l’Arcivescovo, richiamando il significato della “festa che dà origine a tutte le feste”, con quel manifestarsi del Risorto – “perché se è vivo, ben si comprende che diventi la ragione di vita per tutti noi” – che chiede di essere riconosciuto dai suoi figli, duemila anni fa come oggi, «dall’uomo postmoderno decisamente poco propenso ad abbandonare il criterio della verifica empirica». E, allora, dove vederne il profilo, incontrare il Cristo come persona viva, si domanda il Cardinale.

Se non è un caso che «la prima apparizione di Gesù risorto sia a Maria di Magdala, convertita dal bell’amore che libera l’amante e l’amato», è evidente che la possibilità di conoscerlo «sia, anzitutto, questione di amore e di conoscenza amorosa».

Nasce da qui la consapevolezza e il senso di «quello che – dice – stiamo facendo con il grande abbraccio di questa affollata assemblea eucaristica»: la celebrazione nella quale «la vita trionfa attraverso lo strepitoso annuncio della Pasqua per il quale risorgeremo nel nostro vero corpo, nascendo per non morire», scandisce. «In una tale prospettiva, e solo per questo, la Chiesa continua a proporre il Vangelo a tutti gli attori della nostra società plurale anche quando non è compresa o è dileggiata».

Il contesto è quello della vita «come bene universale riconoscibile da tutti, da difendere dal concepimento fino al termine naturale», perché «nulla andrà perduto».

Insomma, «la Chiesa ama la vita». Su questo non possono esservi dubbi, e il pensiero è, allora, per le moderne scoperte, in primo luogo per quelle delle biotecnologie: «Riconoscere e valorizzare le strabilianti scoperte della tecnoscienza, è importante, ma non significa subirne tutti i risultati, quasi lasciandosi dominare da una sorta di imperativo tecnologico. Siccome si può fare, allora si deve fare».

In un simile «presunto imperativo», suggerisce ancora l’Arcivescovo, c’è «un .passaggio indebito». Chiaro il monito: «I cristiani propongono con rispetto, ma con decisione, come un insostituibile pilastro di vita buona questa visione integrale dell’esistenza anche oggi nelle nostre società plurali. La vita nel Risorto sparge nel terreno delle relazioni un seme di gratuità che le farà fiorire e dare frutti in favore di tutti».

Da qui il dovere dell’annuncio e della testimonianza da parte di «ogni evangelizzatore quale strumento di un tale dinamismo, perché per usare – come fa il Cardinale – le parole di papa Francesco, «Ogni giorno rinasce la bellezza che risuscita trasformata attraverso i drammi della storia».

È questo l’annuncio della Pasqua, del passaggio, che genera vita nuova nella conversione dei cuori e degli stili di vita, perché come scriveva Hans Urs von Balthasar, “Dio è una casa piena di porte aperte, attraverso le quali noi siamo invitati ad entrare”.

La Pasqua i cui auguri, nella diocesi delle tante etnie e molte lingue, il Cardinale formula anche in inglese, francese, spagnolo e tedesco.

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