L’intervento dell’Arcivescovo all’incontro che la Pontificia Università Lateranense gli ha dedicato per i suoi 70 anni: «La grazia del Signore ci basta e ci sostiene»

Scola_Lateranense 2012

«A questo motto sono sempre più affezionato, perché realmente con il passare degli anni questa grandissima affermazione paolina si impone con un’evidenza impressionante». Il cardinale Angelo Scola è commosso mentre rivolge il saluto conclusivo ai partecipanti all’incontro che la Pontificia Università Lateranense (di cui è stato rettore dal 1995 al 2002) gli ha dedicato per i suoi 70 anni.

Facendo riferimento al suo motto episcopale Sufficit gratia tua – che dà il titolo alla miscellanea di studi realizzata in suo onore (a cura di Gilfredo Marengo, Javier Prades López e Gabriel Richi Alberti, ed. Marcianum Press) e presentata per l’occasione, l’Arcivescovo di Milano osserva: «Dire che basta Cristo vuol dire che una cosa dell’altro mondo si è messa alla nostra portata. Una grande diocesi come Milano fa sì che la morte ti accompagni ogni giorno, per tutti gli amici, conoscenti o appartenenti al clero che vengono quotidianamente a mancare. Dalla morte si è proprio avvolti e si capisce che finché non impariamo dal salmista a dire “Signore, vogliamo vedere il tuo volto”, finché non si riesce a dirlo, si è ancora sotto il dominio della morte e non si ha ancora guadagnato la maturità».

Eppure, per il Cardinale, «la presenza di Gesù è forte e tenera, e la grande risorsa per arrivare lì è, al di là e nonostante i nostri limiti di uomini di Chiesa, la bellezza e la grandezza della Chiesa». La Chiesa, insiste, «è una grande meraviglia, la straordinaria possibilità di vedere fin da quaggiù che l’Umano trova compimento in me, anche e nonostante me. La grazia del Signore ci basta e ci sostiene».

Infine un ricordo: «Una volta domandai a Balthasar come aiutare i seminaristi a scegliere cosa leggere. Mi disse: “Io mi sono convinto che ciò che non si può portare alla preghiere è di inutile lettura”».

Dal Covolo: «La dialettica verità-libertà»

Sul valore dell’università «luogo di vita comunionale» e «vera scuola di vita credente» si sofferma invece nel suo saluto monsignor Enrico dal Covolo, rettore della Lateranense. «La costante dialettica tra verità e libertà nell’atto di fede, tra singolarità e perenne contemporaneità di Cristo», rappresenta «il battito» che anima «anche la famiglia universitaria e le linee programmatiche del metodo educativo che la innerva».

Per dal Covolo, «educare dentro un corretto approccio antropologico» significa «aiutare ogni persona a prendere coscienza del progetto unico e irripetibile di Dio sulla propria vita». «L’impresa di educare e formare gli educatori è, come ha osservato don Giussani, “rischiosa” quanto necessaria introduzione alla realtà. Possiamo dire di aver generato spiritualmente – conclude il rettore -, quando conduciamo gli uomini a una forma più perfetta e dilatante di educazione».

Cacciari: «Un continuo approssimarsi»

«Come il cardinale Scola ho anch’io un profondo dispetto per la religiosità come affare privato, del tutto irrealistica e che non ci consente di comprendere la storia della nostra civiltà, ma anche per l’esperienza religiosa come qualcosa di solo spirituale» che «dimentica il paradosso evangelico». Inizia così l’intervento del filosofo veneziano Massimo Cacciari. Soffermandosi sul rapporto tra «atto di fede e ragione», Cacciari afferma: «Non sono certo la stessa cosa, ma valgono entrambi nella misura in cui sanno contrapporsi in un pòlemos correttamente inteso che significa confronto, non guerra». Per il filosofo «la religiosità non è esclusivamente pneumatica, deve colloquiare con la dimensione propriamente antropologica» anche se «nel rapporto problematico tra atto di fede e culture non vi è nessuna sintesi dialettica che possa armonizzare questi due elementi». «L’eccedenza della fede, la sua riserva escatologica la pone oltre ogni sofìa, ogni ethos, ogni pretesa teologia politica». Il colloquio, pertanto, non può «ridursi a una pura comparazione tra scale di valori», ma, secondo l’esortazione del cardinale Scola, conclude Cacciari, va assunto «nella sua drammaticità come un continuo approssimarsi, ognuno convinto dei propri valori» accogliendo «il prossimo, cioè colui che non è mai te stesso».

Cartabia: «Una nuova laicità»

«La neutralità è una risposta giuridico-istituzionale chiaramente figlia della paura e della diffidenza verso l’altro». Ne è convinta anche Marta Cartabia, giudice della Corte costituzionale. Intervenendo all’incontro alla Lateranense, la giurista si sofferma sui concetti di «meticciato di civiltà» e di «società plurale» cari al cardinale Scola e parla di «smarrimento» di molte società di fronte a questi cambiamenti. Di qui il «vero e proprio paradosso della nostra epoca: mentre la diversità ha trovato la sua massima esaltazione sotto l’egida del relativismo culturale; contemporaneamente la predicata neutralità dello spazio pubblico ha ritratto le istituzioni nell’indifferenza. Ne consegue una società “indifferente alle indifferenze”».

Da Cartabia anche la sottolineatura dell’importanza di una «nuova laicità» che «nella cornice generale della società plurale ne costituisce lo sviluppo coerente nello specifico terreno dei rapporti tra fattore religioso e pubbliche istituzioni». Una laicità che «vede una Chiesa attenta e presente nella società».

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